A Milano l’antiracket chiude per colpa della mafia. “Abbandonati dalle istituzioni”di Davide Milosa
Squilla il telefono. Una, due, tre volte. Squilla ancora. Pochi secondi e qualcuno dall’altra parte del filo inizia a parlare: “Avete fatto male a chiamare i carabinieri. Perché io quello che devo fare lo farò, ditelo pure al signor Manzi”. Una minaccia. L’ennesima di tante. Non sarà l’ultima, ma certo i toni e il contenuto hanno il sapore acre di una scelta definitiva. Forse irrevocabile. Per questo Frediano Manzi ha paura davvero. Lui che da presidente dell’associazione Sos racket e usura ha denunciato boss, picciotti e padrini del racket. A Milano e in tutta Italia. Ora, però, non ci sta più. Si chiude. Perché il silenzio delle istituzioni è ormai diventato insopportabile. E adesso sul sito dell’associazione compare un’enorme scritta bianca su sfondo nero: “Chiuso per mafia”.
Per Manzi le ultime ventiquattro ore sono state terribili. Ieri mattina, ignoti hanno squarciato le ruote delle sue due auto. Poi quella telefonata devastante forma e nel contenuto. Non è finita: un noto imprenditore delle pompe funebri, già coinvolto nell’inchiesta Caronte del 2008, lo ha insultato al telefono accusandolo di dire menzogne quando denuncia per la seconda volta gli affari illegali del caro estinto. Una brutta storia su cui pesano gli intrecci politici che portano ai piani alti di palazzo Marino. Ancora prima ignoti si sono spacciati per carabinieri. Chiedevano di lui. Peccato che non erano militari. Ma la cronologia delle minacce è lunga e brutale. Ottobre 2009: qualcuno spara contro il suo chiosco di fiori a Parabiago. Dicembre 2009: un pacco bomba composto da un contenitore d’alcol con miccia viene trovato davanti alla sua casa di Nerviano. Febbraio 2010 qualcuno dà alle fiamme un suo furgone. Eppure, fino a oggi, tutto andava bene, tutto si poteva sacrificare nel nome della legalità.
Quelli passati, così, sono stati 18 anni di battaglie scandite a suon di denunce, oltre 500, che portano in calce la firma di Frediano Manzi. Non, però, l’indirizzo della sede, ma quello di casa sua. Perché qui sta lo scandalo, l’ennesimo, di certa politica lombarda che non vede la mafia e anzi fa di più, la nega ben oltre l’evidenza. Come da anni nega a Manzi una sede per ricevere le vittime del racket e dei clan.
Nel 1999, dopo solo due anni di vita, l’associazione viene cacciata dalla sua sede di via Piermarini, pieno centro di Milano. Bastano appena due minacce ricevute per spingere i democratici inquilini del palazzo a fare una petizione in cui la presenza di Manzi viene definita scomoda. Poco male. “Le Acli – racconta Manzi – mi offrirono una sede in via della Signora”. Anche qui alla macelleria mafiosa serve un piccolo attentato. “Le Acli mi dissero che dovevo andarmene”. E’ il 2001 e da qui in poi, per nove anni, l’unica associazione presente in Lombardia che produce denunce contro il racket, si trova senza una sede ufficiale.
E la politica? Non parla oppure delegittima. Come ha fatto il vicesindaco Riccardo De Corato oltre un anno fa. Sono i giorni dello scandalo sul racket delle case popolari. Alloggi occupati e riaffittati abusivamente a 3.000 euro. Manzi filma tutto dando fuoco alle polveri di un’indagine che in poco più di un anno cancella il clan siciliano dei Pesco egemone in zona Niguarda. Ma De Corato minimizza: “Il fenomeno è insesistente”. L’indagine invece va avanti e Manzi in pochi mesi porta in procura una dettagliatissima mappa del racket in diversi quartieri della città.
Di nuovo silenzio o prese in giro. Clamorosa l’uscita del sindaco Letizia Moratti che invita Manzi “a fare regolare domanda all’Aler”. Chi si spinge oltre è invece Marco Osnato, genero di Romano La Russa, consigliere comunale del Pdl e membro del cda di Aler, l’azienda regionale che gestisce le case popolari. Lui, Osnato, a Manzi propone una sede a Quarto Oggiaro, quartierer criminale alla periferia di Milano. Ma, tiene a specificare, solo quando la zona sarà stata rivalutata. Per capire si consiglia una visita in zona, magari tra via Lopez e via Pascarella, e oltre in piazzetta Capuana, passando, perché no, davanti al bar Quinto.
Manzi, però, va avanti a consegnare questionari sul racket casa per casa e a raccogliere denunce. Quelle, ad esempio, che fioccano dopo il maxiblitz di luglio contro la ‘ndrangheta. Imprenditori che parlano di mazzette da 40.000 euro da versare nelle tasche del boss latitante Vincenzo Mandalari. Parole incofessabili che squarciano il velo dell’omertà. Manzi registra, annota e denuncia. Fino a oggi. E oggi dice basta.
fonte:ilfattoquotidiano.it
mercoledì 8 settembre 2010
martedì 7 settembre 2010
Le nostre tracce sul web sono indelebili
di Andrea Aparo
Domanda: come possiamo vivere al meglio le nostre vite in un mondo dove la Rete registra tutto e non dimentica mai nulla? Foto, aggiornamenti, profili, pensieri, esperienze, storie, peccati, buone azioni, promesse, relazioni, debolezze, sicurezze: una volta in rete è per sempre. Secondo un recente sondaggio commissionato dalla Microsoft in USA,... Leggi il resto >
lunedì 6 settembre 2010
Michele Placido: 'In Parlamento gente peggiore di Vallanzasca'
"Ci sono persone che stanno in Parlamento e hanno fatto peggio di Vallanzasca. Prima di fare questo film mi sono posto il problema perché sono stato prima in un collegio di preti e poi ho fatto il poliziotto”, ha detto Michele Placido alla conferenza stampa a Venezia per il film Vallanzasca – Gli angeli del male, oggi fuori concorso tra le polemiche. “Qualcuno dice che Vallanzasca è un personaggio troppo bello ma negli anni ’70 è stato un vero mito. Se lei incontra – ha detto ad una giornalista – Vallanzasca oggi, viene subito sedotta”. Poi il regista pugliese ha aggiunto: “In America, Francia e Germania si possono fare film sui criminali senza alcun problema, anzi in Francia il ministero ha finanziato il film sul loro criminale numero uno. In Italia no perché qui impera il falso moralismo, al punto che addirittura Rai e Medusa lo hanno rifiutato: mi hanno detto che è un personaggio troppo scomodo, come se Vallanzasca rappresentasse il male dell’Italia dal dopoguerra ad oggi”. Placido poi torna sulla mitizzazione del personaggio Vallanzasca: “Il mio non è certo un film assolutorio. Quello che fa Vallanzasca è fino troppo chiaro: ammazza poliziotti, scanna il suo amico più caro in carcere. Se uno vede una glorificazione non ha capito. E’ un criminale fino in fondo ma un criminale con una sua etica del male”. E’ evidente che le critiche che sono già piovute sul film, soprattutto dai parenti delle vittime dell’ex bandito milanese, non fanno che aumentare l’interesse e la pubblicità intorno alla pellicola. Critiche e polemiche destinate a crescere anche dopo le parole di Antonella D’Agostino, moglie di Renato Vallanzasca: “E’ un film bellissimo, straordinario – dice la D’Agostino – quello che si vede è tutto vero anche se Renato nel film appare più duro di quello che è nella vita reale. Chi comprerà il biglietto del film sarà soddisfatto”.
fonte:ilfattoquotidino.it
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venerdì 3 settembre 2010
IL MINISTRO INSULTA I PRECARI
di Augusto Pozzoli
Una conferenza stampa per rispondere ai precari. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha scelto questa modalità per “dialogare” a chi ha organizzato un sit in di protesta davanti a Montecitorio. E qui, come in diverse parti d’Italia, ci sono anche precari che stanno facendo lo sciopero della fame. Ha cercato di giocare d’attacco, dunque, il ministro, spiegando: “Noi capiamo la sofferenza di molti docenti che hanno studiato per avere un posto che poi non hanno. Ma ereditiamo una situazione dai governi precedenti, sono il frutto di politiche dissolute. Oggi contiamo che siano 229 mila i precari che hanno prestato servizio almeno per un anno, e non possiamo pensare di aggiungerli ai 700 mila insegnanti attualmente impiegati. Il nostro impegno morale è quello di non creare nuovi precari”.
Ammette, la Gelmini, che manca tuttavia uno strumento fondamentale di premessa: un nuovo sistema di reclutamento. “Lo faremo – dice – possibilmente dopo una contrattazione sindacale. E se non ci sarà accordo, attraverso un provvedimento legislativo. Per noi l’obiettivo è quello di costruire un sistema basato sul merito. Solo l’Italia e la Grecia non hanno ancora questo sistema. Non vogliamo contrapporre la qualità alle esigenze di chi lavora nella scuola. Il merito è ormai una richiesta diffusa degli stessi insegnanti”. E allora la sorte dei precari che stanno allargando sempre di più la loro contestazione? Secondo la Gelmini un decreto salva precari e gli accordi con le Regioni saranno gli strumenti per assorbire al massimo i perdenti posto. Ma quanti si salveranno? Il ministro non lo sa: “Non siamo ancora in grado di sapere – ha detto testualmente – chi perderà il posto”. Insomma, naviga a vista. E soprattutto, per mettere in evidenza la bontà dell’operato del governo sulla scuola ha elencato una serie di dati a dir poco sorprendenti.
Sui tagli, innanzitutto. Riducendo al minimo il numero dei posti persi controbilanciandoli con il numero dei pensionamenti. Secondo questo calcolo, negli ultimi due anni i 77 mila posti già tagliati si ridurrebbero a 12 mila. Un vero gioco delle tre tavolette. Un gioco che continua quando il ministro afferma che quest’anno “sono stati recuperati 10 mila nuovi posti di lavoro”. Ma si dimentica di dire come. E cioè che, a parte i posti per il sostegno per i disabili imposti da una sentenza della Corte costituzionale, buona parte sono ore curriculari assegnati “a spezzoni” che sono stati organizzati in cattedre vere e proprie. Posti, insomma, che già c’erano e che non poteva sopprimere. Per non parlare del tempo pieno alle elementari, che la Gelmini insiste nel dire che è aumentato. Ma continua a confondere le sue 40 ore settimanali con il tempo pieno vero e proprio, che prevede le compresenze, ossia la possibilità di arricchire l’offerta formativa per tener conto delle esigenze degli alunni in difficoltà come di quelli che più talentuosi a cui dare strumenti culturali più adeguati. Insomma il contrario della qualità che ripetutamente il ministro ha vantato.
fonte.ilfattoquotidiano.it
Una conferenza stampa per rispondere ai precari. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha scelto questa modalità per “dialogare” a chi ha organizzato un sit in di protesta davanti a Montecitorio. E qui, come in diverse parti d’Italia, ci sono anche precari che stanno facendo lo sciopero della fame. Ha cercato di giocare d’attacco, dunque, il ministro, spiegando: “Noi capiamo la sofferenza di molti docenti che hanno studiato per avere un posto che poi non hanno. Ma ereditiamo una situazione dai governi precedenti, sono il frutto di politiche dissolute. Oggi contiamo che siano 229 mila i precari che hanno prestato servizio almeno per un anno, e non possiamo pensare di aggiungerli ai 700 mila insegnanti attualmente impiegati. Il nostro impegno morale è quello di non creare nuovi precari”.
Ammette, la Gelmini, che manca tuttavia uno strumento fondamentale di premessa: un nuovo sistema di reclutamento. “Lo faremo – dice – possibilmente dopo una contrattazione sindacale. E se non ci sarà accordo, attraverso un provvedimento legislativo. Per noi l’obiettivo è quello di costruire un sistema basato sul merito. Solo l’Italia e la Grecia non hanno ancora questo sistema. Non vogliamo contrapporre la qualità alle esigenze di chi lavora nella scuola. Il merito è ormai una richiesta diffusa degli stessi insegnanti”. E allora la sorte dei precari che stanno allargando sempre di più la loro contestazione? Secondo la Gelmini un decreto salva precari e gli accordi con le Regioni saranno gli strumenti per assorbire al massimo i perdenti posto. Ma quanti si salveranno? Il ministro non lo sa: “Non siamo ancora in grado di sapere – ha detto testualmente – chi perderà il posto”. Insomma, naviga a vista. E soprattutto, per mettere in evidenza la bontà dell’operato del governo sulla scuola ha elencato una serie di dati a dir poco sorprendenti.
Sui tagli, innanzitutto. Riducendo al minimo il numero dei posti persi controbilanciandoli con il numero dei pensionamenti. Secondo questo calcolo, negli ultimi due anni i 77 mila posti già tagliati si ridurrebbero a 12 mila. Un vero gioco delle tre tavolette. Un gioco che continua quando il ministro afferma che quest’anno “sono stati recuperati 10 mila nuovi posti di lavoro”. Ma si dimentica di dire come. E cioè che, a parte i posti per il sostegno per i disabili imposti da una sentenza della Corte costituzionale, buona parte sono ore curriculari assegnati “a spezzoni” che sono stati organizzati in cattedre vere e proprie. Posti, insomma, che già c’erano e che non poteva sopprimere. Per non parlare del tempo pieno alle elementari, che la Gelmini insiste nel dire che è aumentato. Ma continua a confondere le sue 40 ore settimanali con il tempo pieno vero e proprio, che prevede le compresenze, ossia la possibilità di arricchire l’offerta formativa per tener conto delle esigenze degli alunni in difficoltà come di quelli che più talentuosi a cui dare strumenti culturali più adeguati. Insomma il contrario della qualità che ripetutamente il ministro ha vantato.
fonte.ilfattoquotidiano.it
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Italia corrotta, Europa infetta. Il Bel Paese è da decenni un terreno di coltura del virus mafioso, un'area protetta, un'oasi WWF della delinquenza. Le mafie hanno due redditi: dallo Stato attraverso gli appalti e i contributi europei, miliardi di euro annui che sfuggono a ogni controllo, e dalle attività più classiche, dalla droga che entra a tonnellate dal porto di Gioia Tauro, alla prostituzione, ai rifiuti, al traffico di armi. Le mafie sono cresciute forti e potenti nell'indifferenza della Comunità Europea e del suo asfittico Parlamento diretto dalla BCE e con la benevolenza di parte dello Stato italiano. Lo Stivale gli va stretto da tempo, sono come un paguro che cerca sempre una conchiglia più grande.
La strage di Duisburg è passata quasi inosservata. La cancrena europea però non si può più nascondere. Il settimanale francese L'Express ha dedicato copertina e servizio principale alla diffusione delle mafie nei Paesi europei. La copertina è la più inquietante dopo quella che ci dedicò il Der Spiegel ai tempi delle BR (un piatto di spaghetti con una P38). L'articolo de L'Express inizia con queste parole: "La Mafia non conosce la crisi. Il suo volume di affari oscilla tra i 120 e i 150 miliardi di euro annuo, dal 5 al 7% del PIL italiano. Le tre principali organizzazioni criminali della penisola, Mafia siciliana, 'Ndrangheta e Camorra non hanno mai avuto una tale potenza. Se reinvestono dal 40 al 50% della loro ricchezza nelle attiità tradizionali come la droga, le armi e il pagamento dei salari agli "affiliati", esse reinvestono il resto di questa manna nell'economia legale. E ben al di là dei confini italiani...". Seguono mappe geocriminali, tratte dal libro: " Mafia Export" di Francesco Forgione, con i nomi delle famiglie in Francia, in Germania, in Spagna, in Portogallo. Ovunque un'epidemia di clan e di famiglie con presenti tutti i nomi più noti: dai Piromalli, ai Mazzarella, ai Santapaola.
Se non si circoscrive la fonte di contagio, l'Itala, il fenomeno non potrà che svilupparsi al ritmo di 40/50 miliardi di euro annui di investimento mafioso in Europa. Quanto ci vorrà per trasformare il nostro continente in Euromafia? Nessuna multinazionale ha le disponibilità finanziarie delle mafie. Io sono andato due volte al Parlamento europeo per avvertire i Belli Addormentati di Bruxelles. La prima per chiedere che non fossero più inviati in Italia i fondi europei, pari a circa 9 miliardi all'anno, che in gran parte sono gestiti dalla criminalità organizzata. La seconda per avvertirli che la mafia stava colonizzando l'Europa. Dopo due anni nessuna risposta è pervenuta dalla UE e non possiamo aspettarci che venga dall'Italia. Nel Bel Paese Mafioso i condannati per mafia stanno in Parlamento, le amicizie camorristiche e 'ndranghetiste sono credenziali per incarichi governativi. Il presidente del Consiglio si vanta di aver avuto un pluriomicida di Cosa Nostra in casa e lo chiama eroe, Casini deve il suo elettorato a Cuffaro e Schifani è l'interlocutore del Pdmenoelle.
Per salvarsi l'Europa deve nominare un commissario straordinario per l'Italia, se necessario un liquidatore, altrimenti il prossimo presidente europeo sarà eletto a Corleone o a Torre Annunziata.
fonte:beppegrillo.it
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