lunedì 1 giugno 2009

Analisi del Canto: INFERNO Canto Primo




Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita.
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
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esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!
Tant'è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch'i' vi trovai,
dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte.
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Io non so ben ridir com'i' v'intrai,
tant'era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch'i' fui al piè d'un colle giunto,
là dove terminava quella valle
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che m'avea di paura il cor compunto,
guardai in alto, e vidi le sue spalle
vestite già de' raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Allor fu la paura un poco queta
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che nel lago del cor m'era durata
la notte ch'i' passai con tanta pieta.
E come quei che con lena affannata
uscito fuor del pelago a la riva
si volge a l'acqua perigliosa e guata,
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così l'animo mio, ch'ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Poi ch'èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
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sì che 'l piè fermo sempre era 'l più basso.
Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;
e non mi si partia dinanzi al volto,
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anzi 'mpediva tanto il mio cammino,
ch'i' fui per ritornar più volte vòlto.
Temp'era dal principio del mattino,
e 'l sol montava 'n sù con quelle stelle
ch'eran con lui quando l'amor divino
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mosse di prima quelle cose belle;
sì ch'a bene sperar m'era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l'ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
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la vista che m'apparve d'un leone.
Questi parea che contra me venisse
con la test'alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l'aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
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sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch'uscia di sua vista,
ch'io perdei la speranza de l'altezza.
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E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne 'l tempo che perder lo face,
che 'n tutt'i suoi pensier piange e s'attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi 'ncontro, a poco a poco
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mi ripigneva là dove 'l sol tace.
Mentre ch'i' rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
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«Miserere di me», gridai a lui,
«qual che tu sii, od ombra od omo certo!».
Rispuosemi: «Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patria ambedui.
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Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto 'l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d'Anchise che venne di Troia,
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poi che 'l superbo Ilión fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch'è principio e cagion di tutta gioia?».
«Or se' tu quel Virgilio e quella fonte
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che spandi di parlar sì largo fiume?»,
rispuos'io lui con vergognosa fronte.
«O de li altri poeti onore e lume
vagliami 'l lungo studio e 'l grande amore
che m'ha fatto cercar lo tuo volume.
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Tu se' lo mio maestro e 'l mio autore;
tu se' solo colui da cu' io tolsi
lo bello stilo che m'ha fatto onore.
Vedi la bestia per cu' io mi volsi:
aiutami da lei, famoso saggio,
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ch'ella mi fa tremar le vene e i polsi».
«A te convien tenere altro viaggio»,
rispuose poi che lagrimar mi vide,
«se vuo' campar d'esto loco selvaggio:
ché questa bestia, per la qual tu gride,
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non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo 'mpedisce che l'uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo 'l pasto ha più fame che pria.
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Molti son li animali a cui s'ammoglia,
e più saranno ancora, infin che 'l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapienza, amore e virtute,
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e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
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fin che l'avrà rimessa ne lo 'nferno,
là onde 'nvidia prima dipartilla.
Ond'io per lo tuo me' penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno,
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ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch'a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
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quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;
ché quello imperador che là sù regna,
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perch'i' fu' ribellante a la sua legge,
non vuol che 'n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l'alto seggio:
oh felice colui cu' ivi elegge!».
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E io a lui: «Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch'io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov'or dicesti,
sì ch'io veggia la porta di san Pietro
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e color cui tu fai cotanto mesti».
Allor si mosse, e io li tenni dietro.
Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Nel primo verso della Divina Commedia Dante pone l'accento subito su come la sua sia un'esperienza collettiva, usando l'aggettivo nostra invece di mia; per lui la metà della vita di un individuo sono i trentacinque anni, poiché riteneva l'età media di un uomo essere di 70 anni , ed essendo egli nato nel 1265 si può già capire come ci si trovi nell'anno 1300, un anno altamente simbolico, nel quale si svolse il primo giubileo; inoltre la parola cammin introduce già il tema del viaggio che il poema tratta.
Il colle illuminato dal sole - versi 13-30
A un certo punto Dante arriva ai piedi di un colle (o dilettoso monte al v. 77) dove termina la selva (la valle), dietro il quale sta sorgendo il sole e che calma un po' la sua inquietudine. La luce simboleggia la Grazia divina, che illumina il cammino umano, quindi il colle è una via di salvezza, da alcuni interpretato come la felicità terrena alla quale ogni uomo tende naturalmente. Dante crede di poter raggiungere il colle con le sue forze e inizia a passare quella paura che gli aveva colmato il cuore nella notte passata con tanta pieta, con tanto dolore.
La prima similitudine del poema è proprio dedicata a questo senso di sollievo: come colui che scampato da annegamento arriva con fatica alla riva marina e si guarda indietro per rivedere quell'acqua perigliosa, così Dante si gira per vedere quel passaggio che non lasciò già mai persona viva. Quest'ultimo passaggio è un po' oscuro perché è ambiguo se il soggetto sia il passo o la persona, e in ogni caso vuol dire che nessuno è immune dal peccato o che nessuno può uscirne senza la luce della Grazia divina.
Dante si riposa un attimo e riparte, in salita (con una perifrasi, sì che'l pié fermo sempre era 'l più basso, ossia in modo che il piede perno fosse più in basso rispetto a quello che avanza nel passo).

Le tre fiere - versi 31-60

Ed ecco, quasi al cominciar de l'erta, una lonza leggera e presta molto, che di pel macolato era coverta; e non mi si partia dinanzi al volto (I, vv. 31-34).
La salita è appena iniziata quando appare una lonza leggera e molto veloce (presta), coperta da una pelliccia maculata (una specie di leopardo o di lince), che non si vuole togliere di davanti a Dante, anzi lo ricaccia indietro (fui per ritornar più volte vòlto, con paronomasia indicante l'esitazione, tramite balbettamento simulato, di Dante spaventato). La lonza, così come gli altri animali che seguiranno, sono simboli di virtù o debolezze specifici, secondo le indicazioni dei bestiari medievali, e in questo caso gli antichi commentatori sono tutti concordi nell'indicarla come simbolo di lussuria (sta ad indicare Firenze).
Dante non dice se questa lonza si avvicini o scappi, ma inserisce uno stacco sull'ora: è il tempo del mattino nel quale il sole saliva con quelle stelle (quella costellazione) che erano con lui al momento della Creazione: la prima costellazione dello zodiaco è l'Ariete, quindi era un tempo vicino all'equinozio di primavera, momento propizio dell'anno che fa sperare a Dante di poter evitare quella fiera a la gaetta pelle, cioè maculata.
Ma la speranza è subito cancellata dall'apparizione di un leone, che pare andare incontro a Dante con la testa alta e con rabbiosa fame, di tale impeto che pareva che l'aria ne tremesse. Il leone viene indicato come simbolo di superbia (indica l'impero).
Subito appare anche una lup, carica dei segni del corpo e nella magrezza di tutta la sua bramosia. Essa avrebbe secondo Dante reso infelice la vita di molte altre genti e gli si avvicina con aspetto talmente spaventoso che Dante perde tutta la speranza di raggiungere il colle. La lupa è la bestia più pericolosa ed è indicata come simbolo di avidità (la Chiesa, che vuole sempre di più) - (e non, come è erronea credenza, di avarizia; infatti, l'avarizia indica la tendenza a tenere per sé e non donare ciò che già si possiede; l'avidità, o cupidigia o bramosia, indica la volontà di possedere un bene in quantità sempre maggiore): l'attaccamento a questi beni è il più radicato nell'uomo e il più difficile da superare. Infatti Dante, come un avaro o un giocatore d'azzardo che tutto acquista finché non perde tutto, si sente adesso triste e sconfortato, per via della bestia senza pace, cioè implacabile. La lupa si avvicina a poco a poco e respinge Dante dove 'l sol tace, cioè nella selva del peccato.
Altri indicano le tre bestie anche come simboli delle tre categorie di peccati che corrispondono alle zone dell'Inferno: incontinenza (lonza), violenza (leone) e frode (lupa). Altri ancora ne fanno un'interpretazione politica dei poteri deviati che reggevano l'Italia medievale: la lupa come la Roma papale (si pensi alla lupa capitolina), il leone come l'Impero e la lonza come i principi feudatari. Tuttavia, delle tre fiere, la lupa è quella che ha suscitato più problemi di interpretazione: se alcuni, come Singleton, la associano alla frode, altri grandi commentatori danteschi, come Gorni, la identificano come l'invidia.

Il leone, Doré

La lupa, Doré

Apparizione di Virgilio - vv. 61-99

Mentre Dante non solo torna indietro, ma rovina cioè precipita ripiombando nella selva peccaminosa, improvvisa ecco un'altra apparizione dal nulla di questo canto: qualcuno, che sembra fioco per essere stato a lungo in silenzio (chi per lungo silenzio parea fioco, con ossimoro, si vedrà presto che rappresenta la Ragione a lungo sopita), si manifesta davanti agli occhi di Dante e il poeta si rivolge a lui impaurito chiedendogli misericordia, sia che sia ombra, cioè anima trapassata, od omo certo, cioè vivo.
Subito la figura risponde: (parafrasi) "Non sono un uomo, ma uomo fui"; e come per presentare un biglietto da visita specifica che i suoi genitori furono lombardi, anzi mantovani entrambi; e che nacque sub Iulio, cioè al tempo di Giulio Cesare, anche se non lo vide (ancor che fosse tardi), e visse sotto il buon Augusto al tempo degli dei falsi e bugiardi, cioè del paganesimo. "Poeta fui e cantai del valente figlio di Anchise che venne da Troia dopo che la superba Ilion (altro nome di Troia) venne incendiata": sta parlando di Enea e dell'Eneide. Da notare un "anacronismo" da parte di Dante: al tempo in cui visse Virgilio, la Lombardia non aveva ancora questo nome in quanto esso deriva dalla popolazione barbara dei Longobardi; e quindi lo stesso Virgilio non dovrebbe dire che i suoi genitori "furono lombardi".
Poi fa una domanda direttamente a Dante: "Ma tu perché ritorni a tanta noia? (inteso come dolore, angoscia) / perché non sali il dilettoso monte / ch'è principio e cagion di tutta gioia?".
Dante ha riconosciuto il suo maestro e lo chiama per nome, vergognandosi un po' per la sua importanza: (parafrasi) "Sei tu quel Virgilio e quella la fonte di tanto parlare come un fiume? Tu che sei l'onore e il lume degli altri poeti, fa' che mi valga il grande studio e amore che ho avuto per la tua opera: tu sei il mio maestro e il mio autore (autorità), sei l'unico dal quale presi quel bello stile (poetico) che mi ha reso onore."
Dopo essersi raccomandato così animatamente allora Dante gli chiede quale famoso saggio, se lo può aiutare con quella bestia che lo ha fatto tornare indietro e che gli fa tremare le vene e i polsi. Virgilio allora indica a Dante, che ha iniziato a piangere, come a lui convenga iniziare un altro viaggio per uscire da questo luogo, perché la lupa non lascia passare nessuno ma anzi arriva a uccidere chi tenta di passare a causa della sua natura malvagia: essa non soddisfa mai la sua bramosa voglia, anzi dopo aver mangiato è più affamata di prima e si accoppia con molti altri animali (con molti altri vizi).
Il fatto che Dante chiami quest'animale lupa e non lupo potrebbe essere indice di come egli volesse forse alludere anche alla lupa capitolina, cioè a Roma, sede del papato corrotto.

Profezia del veltro - vv.100-111
Stava dicendo Virgilio quindi che la lupa vivrà indisturbata finché 'l veltro / verrà, che la farà morir con doglia.
Il veltro, nel linguaggio tecnico dell'arte venatoria, è un termine che indica il cane da caccia (si confronti l'uso per esempio in Inferno, XIII v. 126): quindi Dante resta nell'allegoria animalesca e spiega che un cane da caccia farà finalmente morire dolorosamente questa lupa dell'avarizia, cacciandola (terzina ai vv. 109-111) di città in città (villa qui è un francesismo), finché non l'avrà rimessa ne lo 'nferno da dove il primo invidioso (Lucifero, l'angelo ribelle) la fece uscire.
Su chi o cosa simbolaggiasse questo veltro nessuno ha potuto ancora dare una spiegazione sicura e univoca e di fatto ciò resta uno dei più celebri enigmi del poema. Due terzine descrivono questo veltro come salvatore che non sarà cibato né dalle terre né dal denaro (peltro, inteso come metallo), ma da sapienza, amore e virtù; la sua nazione sarà tra feltro e feltro; e sarà la salvezza di quell'umile Italia per la quale morirono di ferite la vergine Camilla, Turno, Eurialo e Niso.
A parte gli ultimi due versi che citano l'Eneide, il significato degli attributi del veltro non è chiaro: il cibo del veltro sono le virtù spirituali che richiamano la Trinità e che potrebbero riferirsi o a un personaggio in particolare sia laico che religioso, o a un'entità presente o futura; la sua nascita sarà tra feltro e feltro cioè tra panni umili o tra tonache monastiche, o tra il feltro che si usava per foderare le urne per le elezioni dei magistrati? Oppure in senso geografico tra Feltre e Montefeltro, alludendo magari a Cangrande della Scala i cui territori si estendevano pressappoco tra quelle due località? O Arrigo VII? O Uguccione della Faggiuola? O il ritorno di Cristo?
La questione probabilmente non verrà mai svelata perché Dante qui usa un linguaggio particolarmente sibillino anche perché tra le tante profezie della Commedia questa è l'unica profezia "vera", che non consistesse cioè in un fatto già avveratosi all'epoca quando Dante scrisse il testo.

Il viaggio nell'oltretomba - vv. 112-135

Continuando nella risposta di Virgilio alle questioni di Dante, il poeta latino a questo punto consiglia a Dante di seguirlo in un viaggio da lui guidato, attraverso il loco etterno (il regno dell'oltretomba, dove tutto è eterno, a differenza della fugacità del mondo dei vivi): nell'Inferno udrà le disperate grida e vedrà gli spiriti dolenti che invocano la seconda morte(l'annichilimento totale per fermare le loro sofferenze); nel Purgatorio vedrà coloro che sono contenti nei loro supplizi perché hanno la speranza di ascendere alle beate genti; nel Paradiso, se ci vorrà salire, ci sarà un'anima più degna di lui ad accompagnarlo, poiché l'imperatore dei cieli (Dio) non vuole che Virgilio vada per la sua città perché egli non è cristiano quindi fu ribelle alla sua legge. Dio infatti, prosegue Virgilio, impera dappertutto (nel linguaggio giuridico "ha giurisdizione") ma regge ("regna direttamente") in Paradiso e beato chi è eletto a andarvi.
Dante risponde che è d'accordo per la descrizione data di Dio (io ti riecheggio) e per sfuggire al male della selva o al peggio della dannazione egli accetta di compiere il viaggio-pellegrinaggio, a vedere la porta di San Pietro come coloro che Virgilio dipinge così mestamente, cioè i dannati.
Allora Virgilio parte e Dante gli "tiene dietro", cioè lo segue in fila.
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