giovedì 18 marzo 2010

L’arte della conversazione è morta da tempo

L’arte della conversazione è morta da tempo.
Ora abbiamo ucciso anche la tecnica del colloquio.
Nessuno conversa: tutti aspettano di prendere parola.

Ascoltate la conversazione di una coppia di amiche, o di amici.
Vi accorgerete di un curioso fenomeno.
Sempre più spesso i due non parlano: emettono piccoli comunicati, preparati dal micro-ufficio-stampa che ognuno di noi si porta nella testa.
L’attenzione con cui ascoltiamo i discorsi degli altri è ingannevole.
In effetti, siamo in attesa di un varco per inserirci.

Il fenomeno non è nuovo, naturalmente.
Ma sta assumendo proporzioni epidemiche.
Parlare con certa gente è diventato un impegno psico-fisico non indifferente.
Voi dite: “Sai? Voglio fare l’abbonamento a internet”, e loro rispondono: “Anche mia sorella”.
Voi osservate: “Forse sceglierò il collegamento gratuito”. Loro ribattono: “Lei invece no”.
Voi dite che volete ordinare un cd su Amazon.com e loro annunciano: “Non ho ancora sentito l’ultimo di De Gregori”.
A questo punto voi dovreste gridare: “E chi se ne frega!”, ma pochi hanno questa prontezza di spirito.
Quasi tutti, invece, stanno lì ad ascoltare le congetture sull’ultimo De Gregori, che con Internet non c’entrano assolutamente niente.

I più subdoli non-conversatori, come abbiamo detto, sono coloro che fingono di ascoltarti,
annuendo con aria interessata, ma in effetti sono lì in apnea, pronti a tuffarsi nella conversazione.
Per far questo, ogni scusa è buona: i loro pensieri associativi sono agili come Tarzan e veloci come Ronaldo.
Solo che Ronaldo ogni tanto si blocca;
loro, mai.

Non penso sia crudeltà mentale. Piuttosto, il desiderio di raccogliere le prove di aver vissuto.
È una testimonianza a favore di se stessi, una storia orale personale, un’autobiografia a puntate che ha bisogno di pubblico.
Volete sapere quanto è pericoloso il vostro interlocutore (termine inesatto, dal momento che non vi lascia interloquire)?
Usate questa tecnica.
Pronunciate frasi strampalate (“L’inverno sarà abolito”, “Andreotti è biondo”).
Se lei/lui risponde: “Anche mia sorella!”, è un caso irrecuperabile.


Beppe Severgnini, Manuale dell’uomo domestico

martedì 9 marzo 2010

Preghiera di uno che si è perso...

Preghiera di uno che si è perso, e dunque, a dirla tutta, preghiera per me. Signore Buon Dio, abbiate pazienza, sono di nuovo io.
Dunque, qui le cose vanno bene, chi più chi meno, ci si arrangia, in pratica, si trova poi sempre il modo di cavarsela, voi mi capite, insomma, il problema non è questo.
Il problema sarebbe un altro, se avete la pazienza di ascoltarmi. Il problema è questa strada, bella strada questa che corre e scorre e soccorre, ma non corre diritta, come potrebbe e nemmeno storta come saprebbe, no. Curiosamente si disfa.
Credetemi (per una volta voi credete a me) si disfa. Dovendo riassumere, se ne va un po' di qua, un po' di là, presa da improvvisa libertà. Chissà.
Adesso, non per sminuire, ma dovrei spiegarvi questa cosa, che è cosa da uomini, e non è cosa da Dio, di quando la strada che si ha davanti si disfa, si perde, si sgrana, si eclissa, non so se avete presente, ma è
facile che non abbiate presente, è una cosa da uomini, in generale, perdersi. Non è roba da Voi. Bisogna che abbiate pazienza e mi lasciate spiegare. Faccenda di un attimo. Innanzitutto non dovete farvi fuorviare dal fatto che, tecnicamente parlando, non si può negarlo, questa strada che corre, scorre, soccorre, sotto le ruote di questa carrozza, effettivamente, volendo attenersi ai fatti, non si disfa affatto.
Tecnicamente parlando.
Continua diritta, senza esitazioni, neanche un timido bivio, niente.
Diritta come un fuso. Lo vedo da me. Ma il problema, lasciatevelo dire, non sta qui. Non è di questa strada, fatta di terra e polvere e sassi, che stiamo parlando. La strada in questione è un'altra. E corre non fuori, ma dentro. Qui dentro. Non so se avete presente: la mia strada.
Ne hanno tutti una, lo saprete anche voi, che tra l'altro, non siete estraneo al progetto di questa macchina che siamo, tutti quanti, ognuno a modo suo. Una strada dentro ce l'hanno tutti, cosa che facilita, per lo più, l'incombenza di questo viaggio nostro, e solo raramente, ce lo complica. Adesso è uno dei momenti che lo complica. Volendo riassumere, è quella strada, quella dentro, che si disfa, si è disfatta, benedetta, non c'è più. Succede, credetemi, succede. E non è una cosa piacevole. Io credo che quella vostra trovata del diluvio universale, sia stata in effetti una trovata geniale. Perché a voler trovare un castigo, mi chiedo cosa sia meglio che lasciare un povero cristo da solo in mezzo a quel mare. Neanche una spiaggia. Niente. Uno scoglio. Un relitto derelitto. Neanche quello. Non un segno per capire da che parte andare, per andarci a morire.
... So perfettamente qual è la domanda, è la risposta che mi manca.
Corre questa carrozza, e io non so dove. Penso alla risposta, e nella mia mente diventa buio. Così questo buio io lo prendo e lo metto nelle vostre mani. E vi chiedo Signore Buon Dio di tenerlo con voi un'ora soltanto, tenervelo in mano quel tanto che basta per scioglierne il nero, per scioglierne il male che fa nella testa, quel buio nel cuore, quel nero, vorreste? Potreste anche solo chinarvi, guardarlo, sorriderne, aprirlo, rubargli una luce e lasciarlo cadere che tanto a trovarlo ci penso poi io, a vedere dov'è.
Una cosa da nulla per voi, così grande per me. Mi ascoltate Signore Buon Dio? Non è chiedervi tanto, è solo una preghiera, che è un modo di scrivere il profumo dell'attesa. Scrivete voi dove volete il sentiero che ho perduto. Basta un segno, qualcosa, un graffio leggero sul vetro di questi occhi che guardano senza vedere, io lo vedrò. Scrivete sul mondo una sola parola scritta per me, la leggerò. Sfiorate un istante di questo silenzio, lo sentirò. Non abbiate paura, io non ne ho. E scivoli via questa preghiera con la forza delle parole, oltre la gabbia del mondo, fino a chissà dove. Amen


Alessandro Baricco