venerdì 30 luglio 2010

Fini conferenza stampa:etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole".


E' il giorno di Gianfranco Fini. Dopo la rottura con Silvio Berlusconi e il divorzio, o forse meglio la cacciata dal Pdl, questo è il momento di unire uno a uno i fedelissimi pronti a seguirlo in una nuova avventura: la creazione di nuovi gruppi parlamentari autonomi.

"Si sente forte e chiaro?" esordisce così Fini alla conferenza stampa indetta per replicare alle decisioni prese giovedì dall'ufficio di presidenza del Pdl.
E lo fa in pochi minuti senza gri di parole: " Ieri sera in due ore senza possibilità di esprimere le mie ragioni sono stato espulso dal partito che ho contribuito a fondare 'per aver - così dice il documento diffuso ieri sera, ricorda Fini - costantemente formulato orientamenti e perfino proposte di legge' pensate che misfatto" dice Fini alzando lo sguardo verso la platea.

Secondo il presidente della Camera questa è "una concezione non propriamente liberale della democrazia che il presidente Berlusconi dimostra di avere".
Alla richiesta di fare un passo indietro rispetto alla sua carica istituzionale Fini replica: "ovviamente non darò le dimissioni perché il presidente della Camera non deve certo garantire la maggioranza che lo ha eletto. Sostenerlo dimostra una logica aziendale modello amministratore delegato in un consiglio di amministrazione che non ha nulla a che vedere con le istituzioni democratiche".

"Ringrazio i tantissimi cittadini che in queste ore mi hanno manifestato solidarietà e mi hanno invitato a continuare nel nome di principi come l'amor di patria, l'unità nazionale, la giustizia sociale, la legalità intesa nel senso più pieno del termine: cioè lotta al crimine come meritoriamente sta facendo il governo. Ma anche etica pubblica, senso dello Stato, rispetto delle regole".

E aggiunge: "Continuo la mia battaglia per onorare il patto con i nostri milioni di elettori onesti, grati alla magistratura e alle Forze dell'ordine, che non capiscono perché nel nostro partito il garantismo significhi troppo spesso protesa di immunità".

La prova di Fini di Furio Colombo


È come un circo. Gianfranco Fini è solo. Sul trapezio, nel fascio di luce. Resta immobile, con quel misto di confidenza e di ansia che a volte l’immagine ravvicinata rivela su un viso altrimenti impassibile. Non c’è rete e tutti guardano in alto. E tutti sono (come sempre il pubblico) allo stesso tempo ammirati e increduli. Non può farcela e deve farcela. L’acrobata Fini scruta il momento del salto azzardato che deve portarlo esattamente nel punto e nella posizione in cui sta ora, ma dopo avere spiazzato con precisione, in una sequenza perfetta, l’altro acrobata dalla sua postazione. L’altro acrobata si chiama Berlusconi. Fini vanta i suoi famosi vent’anni di vantaggio sul protagonista del circo. Eppure non è l’eccellente forma fisica a garantire. Strana performance quella di Berlusconi, che pure dura, con qualche cambio di posizione, da quindici anni. Non è salito sul trapezio, l’hanno issato, come un dio di gesso nelle processioni indiane. In quelle processioni, alla fine del rito, le statue si spezzano. Strano atleta, che viene tenuto su da un mare di mani, e l’equilibrio richiede che ci siano tutte. Se ne togli una la tenuta finisce.

Il gioco di Fini è spietato e quasi impossibile. Può riuscire solo se è perfetto. Ma il salto non prevede scambi. Ogni atleta, dopo essersi temerariamente lanciato, deve ricadere a piedi giunti esattamente al suo posto, o finisce nel vuoto. Ecco in che cosa consiste la prova di Fini: cambiare in un punto chiave la storia della Repubblica, che era segnata (così a lungo da sembrare per sempre) dal marchio berlusconiano. E fare tutto ciò restando immobile, stessa carica, stesso partito, stessa destra. “Tutta la città ne parla” (cito il titolo di una fortunata trasmissione su Radio 3 di Giorgio Zanchini) eppure non è la storia di un eroe. È l’episodio in cui qualcuno – nell’era berlusconiana – non si spaventa più della faccia feroce del capo. Fino a poco fa lui – il nostro eroe – come tutti stava al gioco, per quanto assurdo. Ora basta. Perché ora? Cos’è cambiato? Lo sapremo nei prossimi episodi. Intanto c’è astuzia, destrezza, abilità nella prova di Fini. La morale? Lo vedi pronto e in guardia, lo vedi solo nell’occhio di bue del riflettore. La morale coincide col risultato. Tra poco il salto. Previsioni? Favorevoli, nel senso della scommessa. Conseguenze? Tutte da calcolare.
BLOG di Furio Colombo

giovedì 29 luglio 2010

Non prendete impegni per stasera. Che magari cade il Governo.

Siamo alla resa dei conti. Dicono. Ore 19.00, stasera. Ufficio di Presidenza Pdl. Fini ed i Finiani, dentro o fuori. In quel vertice, può accadere di tutto.

Gianfranco Fini
ha appena chiesto al Cavaliere di deporre le armi. Un no secco, la risposta del Premier, oramai è tardi, la tua è una trappola. Il Santo Papi non perdona. L'espulsione è proprio lì, a poche ore di distanza, sarebbe già pronto un documento di "censura politica", così lo chiamano: Fini, Bocchino, Granata, Briguglio, ora basta, quelle teste devono cadere. C'è chi parla di campagna acquisti - "Fini è finito, ora comprerò tutti i suoi uomini", sbottava il Premier ad aprile - chi di imminenti elezioni anticipate, Berlusconi si è insomma deciso, la metastasi va asportata, con qualunque mezzo. Sia chiaro, può pure finire tutto a tarallucci e vino (probabile), ma sta di fatto che l'apparato mediatico papale è scatenato, affila i bisturi, prepara lacci emostatici e disinfettante e morfina base, quello di Feltri e Belpietro (e non solo) è un attacco simultaneo: si va dai calzoncini corti di Italo Bocchino ai cognati di Gianfranco Fini passando per traditor Granata, se serve con l'aiuto postumo di Oriana Fallaci e di Giorgio Almirante, pagine e pagine di delegittimazione sistemica perfetta per frollare dinnanzi all'opinione pubblica le decisioni del Partito, che potrebbero essere pesantissime. Le reazioni all'epurazione di chi chiede legalità e democrazia all'interno del Pdl, anche se a scoppio ritardato, potrebbero essere ... beh, fate voi, da qui il martellamento giornalistico degli ultimi giorni.

In ogni caso ci siamo. Il Parlamentare Pdl Giuseppe Ciarrapico non ha dubbi sulla determinazione del Cavaliere, e ai giornalisti di Libero rivela: "Stavolta Berlusconi sta a cazzo dritto" (cito testualmente), non farà sopravvissuti. "Ci sono rimasto malissimo quando ho scoperto che Bocchino era un deputato e non un punto del nostro programma", scherza a poca distanza il Cavaliere, questo per dirvi del clima che si respira in Transatlantico.

In realtà potrebbe essere molto ma molto difficile cacciare i dissidenti finiani, ed in particolare l'ex leader di An, essendo uno dei fondatori del Pdl. Fini compare in quell'atto notarile firmato il 27 febbraio 2008, assieme ad altri 9 nomi, tra cui spiccano Berlusconi, Bondi e Verdini. E stando alle parole di un notiaio interpellato da Libero, quello statuto non prevede "né il recesso, né l'esclusione", "in soldoni nessuno può cacciare nessuno". Ma sappiamo bene di chi stiamo parlando, di uno che ha stracciato senza troppi problemi l'articolo 3 della Costituzione Italiana, pur di trincerarsi in impunità, e diosolosa cosa potrebbe fare con lo statuto del proprio Partito. Ore diciannove.
Fonte: nonleggerequestoblog

L'Onu dichiara l'acqua un diritto umano

Da molti anni i movimenti internazionali richiedono il riconoscimento del diritto umano all'acqua. All'Assemblea Generale delle Nazioni Unite è stata ufficialmente presentata da parte di almeno 23 co-patricinatori degli Stati membri e dal Governo della Bolivia una risoluzione intitolata "Il Diritto Umano all'Acqua e all'igiene".
Mercoledì 28 luglio è stata approvata la suddetta risoluzione: 122 a favore; 41 astenuti; 0 contrari.
Si tratta di una decisione storica!
Qui il link con la risoluzione presentata in 6 lingue.
Il risultato è molto importante, è una risoluzione politica e non ha dunque valore normativo, rafforza però la nostra ormai più che decennale battaglia per il riconoscimento del diritto all'acqua.
http://www.acquabenecomune.org/raccoltafirme/

IL PIANETA VERDE:una critica alla civiltà industriale e allo sfruttamento senza freni


Il pianeta verde (La Belle Verte) è un film del 1995 diretto da Coline Serreau.

Il film tratta, con una chiave umoristica e usando l'espediente comico dell'esternalità, i problemi del mondo occidentale: la frenesia, l'abuso di comando, l'inquinamento ed il consumo selvaggio delle risorse naturali e degli spazi.

La storia comincia, appunto, sul "Pianeta verde": un pianeta lontano e sconosciuto ai terrestri, dove le persone che lo abitano vivono la loro esistenza in armonia con se stessi e con la natura. Anche gli abitanti di questo pianeta sono passati per l'era industriale (nel film è definita preistoria), ma dopo averne saggiato la decadenza, hanno preferito abbattere gerarchie, industrie e tutto ciò che rappresentava l'epoca dello sfruttamento.
Come ogni anno, sul pianeta viene convocata un'assemblea plenaria; ordine del giorno: inviare qualcuno sulla Terra per controllare a che punto sia arrivato il processo evolutivo. I racconti dei più anziani (sul pianeta si vive fino a 250 anni) parlano dell'era Napoleonica, caratterizzata da guerre e da manie espansionistiche e nessuno sembra volersi offrire volontario per la spedizione sul pianeta azzurro.
Mila, interpretata dalla stessa Serreau, si offre volontaria per il viaggio, portando con sé il segreto delle sue origini: sua madre era una terrestre.
Calata nella Parigi degli ultimi anni novanta, Mila si ritrova disorientata a causa delle indicazioni che gli anziani le hanno dato prima di partire: vestita con abiti stile "Impero", dà vita ad una serie di primi, comici, approcci con il popolo parigino. Senza acqua né cibo - poiché in città queste fonti di sostentamento sono rispettivamente inquinate e insalubri - è costretta a raggiungere un ospedale per "ricaricarsi" con dei neonati; ed è proprio nell'ospedale, l'Hôpital Cochin di Parigi, che incontra Max (Vincent Lindon), primario di medicina sconnesso da lei stessa, con cui intratterrà un rapporto mutuale per tutta la durata della storia.
Tra mille peripezie, dopo aver riconosciuto alcuni abitanti del pianeta verde approdati e morti sulla Terra (Gesù e Bach), Mila risolve la vita coniugale di Max e rintraccia i suoi due figli che hanno provato a raggiungerla dal pianeta verde, finiti per errore nel deserto, insieme agli aborigeni.
Spiegata la storia della propria civiltà, la famiglia del pianeta verde torna a casa, portando con sé le due ragazze terrestri (una delle due è la famosa attrice francese Marion Cotillard, agli esordi della carriera) di cui i figli di Mila si sono innamorati.

Scelta di stile

Come anticipato nell'introduzione, il film si serve del linguaggio della comicità per muovere una critica alla civiltà industriale e allo sfruttamento senza freni delle risorse, portatore di diseguaglianze, inquinamento, senso di vuoto e, in genere, di un abbassamento della qualità della vita in favore di un benessere apparente.
Inoltre, per evidenziare ancor di più le contraddizioni logiche e sociali dell'attuale modus vivendi urbano, Coline Serreau imposta il film da un punto di vista, seppur frutto di fantasia, esterno alla società stessa, dando così vita ad un meccanismo di analisi da parte dei personaggi, a suo modo, innocente ed esterno ai fatti.

mercoledì 28 luglio 2010

Greenpeace : il Lido di Venezia diventa anti nucleare

Venezia, Italia — I nostri attivisti hanno trasformato il Lido di Venezia in una spiaggia “anti-nucleare”. Da questa mattina all’alba hanno piantato centinaia di ombrelloni gialli e striscioni per formare un enorme messaggio contro il nucleare.
Diversi cartelli e attrazioni turistiche con il ‘grido nucleare’ ricordano che in Italia il nucleare è un rischio anche per il turismo. Il messaggio anti-nucleare - firmato insieme da Greenpeace Italia, Greenpeace Austria, Greenpeace Germania, Greenpeace Svizzera e Greenpeace Slovenia stato consegnato al Governatore della Regione Veneto, Luca Zaia.

Zaia durante la campagna elettorale dello scorso inverno aveva dichiarato....continua a leggere

Caccia a Saviano


Lo scrittore: la Lega disattenta sull'ndrangheta al Nord. Il Carroccio insorge:"Antimafioso a pagamento"
Due milioni e mezzo di copie dopo, nulla è illuminato. Una vita a metà, gli spostamenti segreti, la cattività per difendersi dalla cattiveria. Tutto in un’intervista per raccontarsi e trasmettere a chi saprà capire, cosa significhi essere Roberto Saviano. Vanity Fair, archiviato il grottesco esperimento di Max (lo scrittore morto sul lettino di un obitorio) gli dedica la copertina senza giochi di prestigio. E lui risponde, descrivendo l’allegria perduta, l’inatteso successo, il rimpianto ingabbiato in un meccanismo irreversibile.

“Non posso più incontrare mio fratello all’aria aperta perché non si sappia che faccia abbia”. Gomorra, la sua famiglia e un giovane Icaro con la penna che spicca il volo e poi, precipita, confessando la stanchezza per un’identificazione assoluta che superato il confine, non permette più sdoppiamenti. “E’ un libro che non rinnego, lo riscriverei, ma sarei falso se le dicessi che lo amo. Perchè mi ha tolto tutto: io volevo solo diventare uno scrittore.CONTINUA A LEGGERE

Omsa e Fiat chiudono in Italia per andare in serbia


Anche le gambe delle gemelle Kessler se ne vanno. Omsa chiude in Italia per andare in Serbia come la Fiat Auto. In Serbia conviene, possono pagare stipendi da fame e i nuovi stabilimenti, come nel caso Fiat, sono finanziati quasi interamente dalla UE, anche grazie alle tasse degli italiani.
"Chiuso a Faenza lo stabilimento Omsa. La proprietaria Golden Lady Company ne aprirà un altro in Serbia. Licenziamento di 350 dipendenti, molte donne. A dare notizia dell'accordo con il ministro dell'Economia serbo è la Filctem-Cgil. Il gruppo, che detiene i marchi Omsa, Golden Lady, Sisi', Philipe Matignon, Filodoro, ha 7.000 dipendenti, 9 stabilimenti in Italia, 4 in Usa, 2 in Serbia, che presto saranno 3." Mr SPOCK, VG

martedì 27 luglio 2010

Quello che i giornali non scrivono su l'Aquila che muore


Quello che i giornali non scrivono su l'Aquila che muore

Ricevo per email e pubblico. A volte arrivano cose interessanti.
Marco Bennici
Ieri mi ha telefonato l'impiegata di una società di recuperocrediti, per conto di Sky. Mi dice che risulto morosa dal mese di settembre del 2009.Mi chiede come mai. Le dico che dal 4 aprile dello scorso anno ho lasciato la mia casa e non vi ho più fatto ritorno, causa terremoto. Il decoder sky giace schiacciato sotto il peso di una parete crollata. Ammutolisce. Quindi si scusa e mi dice che farà presente quanto le ho detto a chi di dovere, poi, premurosa, mi chiede se ora, dopo un anno, è tutto a posto.
Mi dice di amare la mia città, ha avuto la fortuna di visitarla un paio di anni fa. Ne è rimasta affascinata. Ricorda in particolare una scalinata in selci che scendeva dal Duomo verso la basilica di Collemaggio, mi sale il groppo alla gola. Le dico che abitavo proprio lì. Lei ammutolisce di nuovo. Poi mi invita a raccontarle cosa è la mia città oggi. Ed io lo faccio.
Le racconto del centro militarizzato.Le racconto che non posso andare a casa mia quando voglio. Le racconto che, però, i ladri ci vanno indisturbati. Le racconto dei palazzi lasciati lì a morire.Le racconto dei soldi che non ci sono, per ricostruire. E che non ci sono neanche per aiutare noi a sopravvivere. Le racconto che, dal primo luglio, torneremo a pagare le tasse ed icontributi, anche se non lavoriamo. Le racconto che pagheremo l'i.c.i. ed i mutui sulle case distrutte eripartiranno regolarmente i pagamenti dei prestiti.Anche per chi non ha più nulla. Che, a luglio, un terremotato con uno stipendio lordo di 2.000 euro vedrà in busta paga 734 euro di retribuzione netta. Che non solo torneremo a pagare le tasse, ma restituiremo subito tutte quelle non pagate dal 6 aprile. Che lo stato non versa ai cittadini senza casa, che si gestiscono da soli, ben ventisettemila, neanche quel piccolo contributo di 200 euro mensili che dovrebbe aiutarli a pagare un affitto. Che i prezzi degli affitti sono triplicati. Senza nessun controllo. Che io pago, in un paesino di cinquecento anime, quanto Bertolaso pagava per un appartamento in via Giulia, a Roma.
La sento respirare pesantemente. Le parlo dei nuovi quartieri costruiti a prezzi di residenze di lusso. Le racconto la vita delle persone che abitano lì. Come in alvearisenz'anima. Senza neanche un giornalaio o un bar. Le racconto degli anziani che sono stati sradicati dalla loro terra lontani chilometri e chilometri. Le racconto dei professionisti che sono andati via. Delle iscrizioni alle scuole superiori in netto calo. Le racconto di una città che muore e lei mi risponde, con la voce che le trema. "Non è possibile che non si sappia niente di tutto questo. Non potete restare così. Chiamate i giornalisti televisivi. Dovete dirglielo, chiamate la stampa. Devono scriverlo."
30 / 06 / 2010
Fonte:InnoNation


La legge bavaglio: balza agli occhi di chi ha a cuore i libri

Il disegno di legge sulle intercettazioni approvato dal Senato il 10 giugno 2010 al momento all’esame della Camera, nella parte in cui interviene, modificando radicalmente l’articolo 8 della legge 8 febbraio 1948, numero 47, introduce delle novità che suscitano gravi perplessità.
E questo già si sapeva, e le righe che aprono l’articolo nella pagina dei commenti e delle opinioni del Corriere della Sera di oggi pare di averle lette mille volte nelle ultime settimane. Ma questa volta parlano d’altro: dopo le inchieste, dopo i giornali, dopo i blog, una nuova e trascurata vittima della legge sulle intercettazioni sono i libri. La questione è simile a quella che riguarda i blog ma forse anche più complicata, come spiegano i firmatari dell’articolo-appello, un gruppo di avvocati e giuristi.
Quella che balza agli occhi di chi ha a cuore i libri, è l’introduzione dell’obbligo di rettifica anche per la stampa non periodica, non previsto dalla legge vigente.
Il sesto comma dell’articolo 8, nel testo approvato dal Senato, prevede che per la «stampa non periodica, l’autore dello scritto, ovvero i soggetti di cui all’articolo 57bis del codice penale, provvedono su richiesta della persona offesa, alla pubblicazione, a proprie cure e spese su non più di due quotidiani a tiratura nazionale indicati dalla stessa, delle dichiarazioni o delle rettifiche dei soggetti di cui siano state pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro reputazione o contrari a verità». La norma dà adito a numerosi problemi di non facile soluzione e, soprattutto, altera il delicato equilibrio, oggi assicurato dall’articolo 8 del testo vigente, tra i diritti di tutte le parti in gioco, quelli del soggetto interessato alla rettifica, quelli del mezzo di informazione e quelli dell’opinione pubblica ad avere un’informazione il più possibile completa e corretta.
L’entrata in vigore della norma, lungi dal garantirla, causerebbe, invece, un aumento del contenzioso fra gli interessati (autore, editore e richiedente la rettifica) al fine di trovare una corretta interpretazione ed applicazione di un dato normativo poco chiaro.
Se nel caso dei blog e di internet il problema derivante dalla sbrigativa e tranchant norma sull’obbligo di rettifica è soprattutto quello dei tempi imposti, nel caso delle rettifiche a ciò che viene pubblicato sui libri ci sono questioni pratiche di esecuzione che rischiano non solo di limitare la libertà di stampa, ma anche di complicare drammaticamente il lavoro giuridico intorno alla loro attuazione.
Mentre per la stampa periodica le rettifiche, da un lato, non possono superare «il limite di trenta righe» e, dall’altro, vanno pubblicate «in testa di pagina e collocate nella stessa pagina del giornale che ha riportato la notizia cui si riferiscono»; per la stampa non periodica non viene fissato alcun limite massimo alla lunghezza della rettifica, né il luogo in cui deve essere pubblicata, laddove la norma prevede un non meglio precisato obbligo di «idonea collocazione e caratteristica grafica», su una pubblicazione di terzi. Oltretutto, la pubblicazione della rettifica su «due quotidiani a tiratura nazionale» potrebbe anche non raggiungere il medesimo pubblico che ha letto la notizia sottoposta a rettifica, vanificando così la funzione di ripristino della verità propria dell’istituto.
E qui, scrivono i firmatari dell’appello per una modifica della legge, entra in gioco anche l’efficacia stessa della rettifica rispetto alle sue ragioni.
Come è noto, infatti, oggi sia la stampa periodica, sia le trasmissioni radiofoniche o televisive e, se verrà confermata la norma, anche i siti informatici, debbono veicolare la rettifica con le stesse caratteristiche e la stessa visibilità della notizia cui si riferisce (stessa pagina e stessa trasmissione): lo scopo, ovviamente, è quello di raggiungere gli stessi lettori, ascoltatori e utenti che avrebbero potuto ricevere quella notizia.
Ai sensi della disciplina vigente, notizia e rettifica hanno quindi le stesse modalità di diffusione. Con la modifica proposta verrebbe meno la necessaria coerenza tra diffusione e conoscibilità della notizia e diffusione della rettifica, con una disparità di trattamento ingiustificata e illogica fra libri ed altri mezzi di informazione.
La soluzione proposta da Paolo Guido Beduschi, Fabrizio Gobbi, Caterina Malavenda, Sabrina Peron, Giuliano Pisapia, Pietro Rescigno, Francesca Ruggieri, Francesco Sbisà, è questa:
Le esigenze che la proposta intende tutelare potrebbero meglio essere garantite, nell’interesse di tutti e senza sperequazioni penalizzanti, imponendo la pubblicazione delle rettifiche nel sito internet dell’editore e/o dell’autore (e nel solo caso in cui tali soggetti non abbiano un sito Internet prevedendo la pubblicazione sui quotidiani). Il sito potrebbe essere opportunamente pubblicizzato sul colophon di ogni libro.
Tale soluzione avrebbe poi due ulteriori vantaggi. Le rettifiche manterrebbero i loro effetti per un arco temporale maggiore e ciò a tutto beneficio del richiedente e dei suoi diritti e si eviterebbero, nel contempo, ingiustificate discriminazioni tra gli editori/autori di stampa non periodica e quelli della stampa periodica. Questi ultimi difatti non solo non hanno alcun obbligo di rettifica (poiché questo grava sul solo direttore responsabile) ma, in ogni caso e comunque, non devono sopportare oneri e costi aggiuntivi (poiché la pubblicazione della rettifica avviene nel medesimo giornale o periodico), così come avviene per gli altri mezzi di comunicazione di massa (emittenti radiofoniche e televisive, siti Internet).
In estrema sintesi, così come formulata, la norma realizzerebbe una disparità di trattamento ingiustificata ed illogica che penalizzerebbe enormemente la stampa non periodica, senza peraltro dare efficace e più duratura tutela alle altre parti in gioco (soggetto interessato ed opinione pubblica). Penalizzazione che risulta ancora più evidente, se solo si riflette sui costi esorbitanti che un autore/editore dovrebbe sopportare nel caso in cui per la medesima opera venissero richieste rettifiche plurime da parte di soggetti diversi; basti pensare alle opere a carattere enciclopedico che contengono migliaia di informazioni e notizie.
E il nuovo articolo 8 prevede, anche, che le rettifiche «devono essere pubblicate senza commento», anche quando possono essere meno vere dei contenuti che intendono rettificare; autori e editori dovrebbero perciò acquistare sui due quotidiani a tiratura nazionale che hanno pubblicato la rettifica ulteriore spazio per esporre le proprie ragioni.
Un emendamento minimo basterebbe a sanare quella che appare una vera ingiustizia.
Fonte: il Post

Pacific Trash Vortex: un continente di spazzatura nel mezzo del Pacifico




Il Pacific Trash Vortex[1], noto anche come Grande chiazza di immondizia del Pacifico[2] (Great Pacific Garbage Patch), è un enorme accumulo di spazzatura galleggiante (composto soprattutto da plastica) situato nell'Oceano Pacifico, approssimativamente fra il 135° e il 155° meridiano Ovest e fra il 35° e il 42° parallelo Nord.[3] La sua estensione non è nota con precisione: le stime vanno da 700.000 km² fino a più di 10 milioni di km² (cioè da un'area grande più della Penisola Iberica ad un'area più estesa della superficie degli Stati Uniti), ovvero tra lo 0,41% e il 5,6% dell'Oceano Pacifico.[4] Quantunque valutazioni ottenute indipendentemente dall'Algalita Marine Research Foundation e dalla Marina degli Stati Uniti stimino l'ammontare complessivo della sola plastica dell'area in un totale di 3 milioni di tonnellate[2], nell'area potrebbero essere contenuti fino a 100 milioni di tonnellate di detriti.[5][6]
L'accumulo si è formato a partire dagli anni cinquanta, a causa dell'azione della corrente oceanica chiamata Vortice subtropicale del Nord Pacifico (North Pacific Subtropical Gyre), dotata di un particolare movimento a spirale in senso orario, che permette ai rifiuti galleggianti di aggregarsi fra di loro.

Internet, ultimi giorni di libertà

Vogliono imbavagliare (anche) la Rete
Il nostro Premier non ama la Rete e questo non è né un mistero né una notizia.

Perché mai, d’altra parte, il Signore dell’oligopolio dell’informazione italiana ed il Re del TELE-COMANDO dovrebbe guardare anche solo con interesse ad uno strumento come la Rete che consente a chiunque di dire la sua a pochi click di distanza dal sito internet di RAI UNO che pubblica i video promo del prode Minzolini?

In un mondo che guarda al web – eccezion fatta per qualche regime totalitario – come ad una straordinaria risorsa democratica ed ad un diritto fondamentale dell’uomo e del cittadino, la radicale assenza, da parte di questo Governo, di qualsivoglia politica dell’innovazione è di per sé un fatto preoccupante.

Difficile sentirsi sereni e cittadini di un Paese moderno quando il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta – mentre il resto d’Europa investe milioni di euro per promuovere la diffusione della banda larga per uscire dalla crisi – ti dice che noi investiremo in banda larga solo dopo che – non è dato sapere come – saremo usciti dalla crisi o, piuttosto, quando il Ministro dell’Innovazione nel promuovere un progetto vecchio di cinque anni e anti-innovativo come la PEC, destinata a far la gioia solo di Poste Italiane aggiudicataria – non certo a sorpresa – di una concessione da 50 milioni di euro l’anno, lo battezza “la più grande rivoluzione culturale mai prodotta in questo Paese” nonché “la migliore riforma italiana dal dopoguerra ad oggi” .CONTINUA A LEGGERE

PRATO ESTATE 2010



 Programma completo

Tutti gli eventi

Versione stampabile

Verrà aperta una nuova finestra del browser



Agrobusiness: così la finanza affama il Pianeta

di Matteo Cavallito Scommettendo al rialzo sull’andamento dei prezzi delle materie prime le grandi banche e i principali fondi speculativi (Hedge funds) hanno contribuito in modo determinante ad affamare i Paesi più poveri del mondo sperimentando un sistema che, a qualche anno dal collaudo, continua a generare profitti vergognosamente elevati. E’ la durissima accusa lanciata dal World Development Movement (Wdm), una Ong londinese attiva da anni nelle campagne per la lotta alla povertà, nel suo rapportoThe great hunger lottery: How banking speculation causes food crises” pubblicato in questi giorni.

Nel mirino degli attivisti ci sono sempre loro, grandi banche e fondi speculativi. Tra il 2006 e il 2008 hanno gonfiato il mercato alimentare con una delle peggiori bolle speculative della storia generando un’impennata dei prezzi che ha ridotto alla fame centinaia di milioni di persone. Il trend, a un certo punto sembrava quasi essersi arrestato ma in seguito i colossi finanziari hanno ripreso ad assumere le vecchie abitudini. Secondo la Fao, a giugno del 2009 almeno un miliardo di persone risultava soffrire di denutrizione cronica a seguito tanto della recessione globale quanto di “un’insensata impennata dei prezzi”. Sei mesi più tardi, affermano oggi gli analisti del Wdm, la banca americana Goldman Sachs chiudeva l’anno registrando un miliardo di dollari di extraprofitti derivanti esclusivamente dalla speculazione sulle materie prime (commodities).Continua a leggere

lunedì 26 luglio 2010

130 giorni su barca di bottiglie di plastica

 SYDNEY - Ha gettato l'ancora nella baia di Sydney il catamarano Plastiki, composto di bottiglie di plastica recuperate dal mare, concludendo un viaggio di 'consapevolezza ambientale' di 130 giorni e circa 8000 miglia nautiche, dalla partenza da San Francisco attraverso il Pacifico. Accolto da una flottiglia di barche e da migliaia di sostenitori e curiosi allineati nei punti panoramici attorno alla baia, l'imbarcazione di 19 metri, costruita con 12.500 bottiglie, ha attraccato verso le 12 (le 4 in Italia) davanti al Museo marittimo nazionale, dove i sei eco-marinai, fra cui il rampollo della famiglia Rothschild, David de Rothschild, animatore dell'impresa, sono stati accolti dall'ambasciatore Usa Jeffrey Blelch, dal vice sindaco di Sydney Phillip Black e il velista-ambientalista Ian Kiernan, 'padre' della campagna 'Puliamo il Mondo'. Tenuta insieme da un nuovo materiale riciclabile, la barca ha sostenuto venti di 62 nodi, ma nell'ultimo tratto ha dovuto essere rimorchiata per due giorni da un motoscafo, a causa di venti contrari dal sud. L'impresa organizzata dal 31/enne de Rothschild vuole sensibilizzare il grande pubblico sui problemi dell'inquinamento degli oceani, in gran parte causato da contenitori e buste di plastica.
fonte:ansa.it

borse in materiale riciclato




“L’Italia sana deve dire basta”. Milena Gabanelli


“L’Italia sana deve dire basta”. Milena Gabanelli intervistata dal quotidiano spagnolo El Pais

Scrive El Pais: “Gabanelli è la disperazione di amministratori pubblici e amministratori delegati oggi è la giornalista più querelata del Paese, anche se fino ad ora non ha perso una sola causa delle quasi 40 accumulate per un valore di circa 300 milioni di euro”. L’articolo prosegue descrivendo la trasmissione Report, come l’appuntamento della domenica che ”dal 1997 ha portato in Rai la ricetta classica del giornalismo anglosassone: qualità, precisione, inchiesta e controllo del potere”. Il suo programma ha tre milioni di spettatori.In cambio la Gabanelli guadagna 150.000 euro all’anno e dorme con i sonniferi. Interpellata sulla legge bavaglio, il dibattito sulla quale viene descritto diffusamente nell’articolo, Milena Gabanelli commenta: “Il problema è che l’opposizione e’ inesistente e il popolo si fa sentire poco. C’è chi delinque, chi evade, ma anche chi lo vede e non dice nulla pur essendo persone per bene. Detto questo, ogni mattina c’è un treno che parte, una scuola che apre, un ospedale che cura, gente che lavora bene”. parla della legge Bavaglio. E non solo. “La giornalista più querelata d’Italia” la definisce il quotidiano nell’articolo dal titolo “L’Italia sana deve dire basta”, che fa emergere un profilo dettagliato di una delle più figure di spicco dell’inchiesta italiana.

fonte:ilfattoquotidiano.it

venerdì 23 luglio 2010

Rischio contaminazione OGM -Greenpeace Italia



in questi giorni stiamo rischiando la prima estesa contaminazione da OGM in Italia, a causa di una presunta semina – che sarebbe assolutamente illegale - di mais transgenico in un campo in Friuli, nel Comune di Fanna (Pn). Lo scorso 10 luglio il terreno “sospetto” è stato posto sotto sequestro, ma la Procura di Pordenone, invece di intervenire d’urgenza, si è presa un mese di tempo per la verifica delle analisi e la stesura della perizia.

Aspettare agosto è assurdo!CONTINUA A LEGGERE

giovedì 22 luglio 2010

L'onda nera cinese


In Italia, ultimo dono dell'ex ministro Scajola (a proposito chi l'ha visto?), le trivelle si preparano a estrarre l'oro nero dal mare. Il Mediterraneo trema e tutte le nazioni che in esso si affacciano. In caso di disastro si trasformerà in un immenso lago senza vita. Mentre la BP, un tappo dopo l'altro, non riesce a fermare il flusso di petrolio nel Golfo del Messico, dall'Oriente arriva la notizia di una nuova onda nera dopo l'esplosione di due oleodotti. L'incidente è avvenuto nel porto di Dalian, in Cina. Il tratto di mare inquinato è di 1500 chilometri quadrati. Il petrolio sta dirigendosi senza ostacoli in acque internazionali. La trivellazione dei fondali marini italiani va bloccata subito. Nessuno ha il diritto di esporre gli italiani a una possibile catastrofe.
beppegrillo.it

mercoledì 21 luglio 2010

per Israele la guerra è un videogioco



NAZARETH — Si chiama “Spot and Shoot” (”Localizza e Spara”). Gli operatori siedono di fronte ad un monitor TV dal quale possono controllare l’azione grazie ad un joystick in stile Playstation.
L’obiettivo: uccidere.
Giocato da: giovani femmine dell’esercito Israeliano.
Spot and Shoot, come viene chiamato dall’esercito Israeliano, potrebbe sembrare un videogioco ma le sagome nello schermo sono persone reali – Palestinesi di Gaza – che possono venire uccise con la semplice pressione di un pulsante nel joystick.
Continua a leggere

venerdì 16 luglio 2010

Non si butta via niente,neppure i teloni delle pubblicità.

Non si butta via niente,neppure i teloni delle pubblicità.Macrhò è una filiazione del brand spagnolo RUW di Barcellona,da tempo produttore di tracolle,porta pc,borsoni sportivi.Tanti e tanti modelli ottenuti dal recupero di teloni pubblicitari in pvc,con l'aggiunta talvolta di tessuto.Su alcuni campeggiano scritte,su altri oggetti,ma tutti sono realizzati con estrema cura e attenzione.La loro caratteristica principale è che sono oggetti unici,ovvero non riproducibili.Il negozio è un punto vendita diretto per i clienti che possono scegliere direttamente le borse sugli scaffali,ma una vetrina ben più ricca si trova on-line sul loro sito (www.macrho.it).Per ogni acquisto che viene fatto,parte del ricavato viene destinato all'assocazione Regalami un Sorriso Onlus.Un altro buon motivo per scegliere questo marchio.

ridere fa bene alla salute: Poliziotti distratti

PISA, BIMBO PRODIGIO: LEGGE A 3 ANNI IL GIORNALE -FOTO - Leggo

PISA, BIMBO PRODIGIO: LEGGE A 3 ANNI IL GIORNALE -FOTO - Leggo

Fulgurator dispositivo capace di proiettare delle immagini nel mondo reale



Il 26enne tedesco ha inventato un apparecchio che proietta immagini nel mondo reale, visibili soltanto ai flash delle altre macchine fotografiche. Corteggiatissimo per campagne pubblicitarie, ha sempre preferito l'arte libera

Immaginate di essere un giovane inventore, o meglio un artista. Anzi, entrambe le cose. E che mentre ancora frequentate la vostra bella accademia d’arte a Berlino, tirate fuori dal cappello un’invenzione che qualunque multinazionale o agenzia pubblicitaria vi pagherebbe a peso d’oro. Che fate? Scegliete l’Arte o il Denaro?

Julius Von Bismarck, ventiseienne artista tedesco alto due metri, barbone e capelli tagliati a caschetto come un personaggio di un film di Tim Burton, quel dilemma l’ha vissuto due anni fa. Di giorno artista, di notte avido lettore di libri da politecnico, Julius ha progettato, brevettato e realizzato il “Fulgurator”. A vederla, sembra una normale macchina fotografica professionale. Ma in realtà è un dispositivo capace di proiettare delle immagini nel mondo reale. Immagini che però non sono visibili a occhio nudo. Soltanto i flash delle altre macchine fotografiche ne registrano la presenza, imprimendole nello scatto. Il vecchio dilemma alla Blow Up del “è reale ciò che vediamo?”, brillantemente attualizzato all’epoca della riproducibilità digitale.

Con la sua invenzione in spalla, Julius si sbizzarrisce. Prima di essere eletto, Obama tiene il celebre discorso pubblico a Berlino. Julius proietta col suo Folgoratore una croce (la vedete nella foto) sul leggio del futuro presidente “per sottolineare l’artificiosità di quella scena”, spiega, “un evento costruito ad arte per conferire a Obama un che di messianico”. Parte per la Cina e durante le Olimpiadi di Pechino folgora con una colomba bianca il volto di Mao. I tanti turisti presenti al mausoleo cliccano a ripetizione il tasto play delle loro macchinette fotografiche, senza capire che diavolo sta succedendo e perché una colomba si è magicamente disegnata sul viso del Grande Capo. Il Fulgurator non risparmia neanche il sindaco di Berlino, Klaus Wowereit, folgorato sulla giacca col simbolo della compagnia O2, “smaccatamente favorita” dal primo cittadino nella costruzione della nuova sede aziendale, costata le penne (e i mattoni) a un isolato che per decenni aveva ospitato locali notturni e di ritrovo per artisti. Scempio imperdonabile per Julius, cresciuto a Kreuzberg, uno dei quartieri più politicizzati di Berlino.

Una folgorazione dopo l’altra (passando per un tripudio di imprecazioni dei fotografi di mezzo mondo, costretti a cancellare le incursioni di Julius a colpi di photoshop) arrivano le offerte delle multinazionali per comprare il brevetto del Fulgurator. Vi immaginate che pacchia sarebbe per McDonald’s un aggeggio capace di folgorare a scopi pubblicitari la Torre Eiffel, il Colosseo o l’Empire State Building con la “M” più famosa del capitalismo globale? Ogni scatto di un turista, un mare di pubblicità. Direttamente dentro la vostra compatta digitale.

Un incubo? Eccome. Ma questa è la storia di un artista, non di uno spietato alfiere del marketing. Julius rifiuta tutte le offerte. Una valanga di soldi. Non dice la cifra esatta. Meglio non pensarci. Spiega invece ciò che l’ha spinto a inventarsi il folgoratore. “Le immagini sono più difficili da mettere in discussione delle parole. Una qualità sfruttata da media, politici, militari, governi per influenzare le persone in maniera invisibile, ma tremendamente efficace. Il compito dell’arte è incrinare l’apparenza, non fare pubblicità”.

Il tremendo dilemma l’artista lo risolve insomma da artista. E con deliziosa manovra, lui che ha tenuto in nome dell’Arte il brevetto del suo fucile a immagini, poco tempo fa si inventa un’altra macchina portentosa. La chiama, insieme al collega Benjamin Maus, “Perpetual Storytelling Apparatus”: un braccio meccanico/database che setaccia i sette milioni e mezzo di brevetti registrati dal 1790 a oggi e li disegna all’infinito, svelando le connessioni tecniche tra un boccaglio, una tuta da astronauta, un carroarmato, un computer portatile e un satellite alimentato a energia solare. Julius Von Bismarck, l’uomo che ha impedito al baffo della Nike di invadere le nostre foto ricordo. L’artista del brevetto.

fonte:ilfattoquotidiano.it

giovedì 15 luglio 2010

Nuova Zelanda, cane da caccia spara al padrone

Nuova Zelanda, cane da caccia spara al padrone

Ground Zero scoperto un vascello del '700



NEW YORK, 15 LUG - Straordinaria scoperta archeologica tra i grattacieli.Gli operai al lavoro a Ground Zero hanno scoperto un vascello del '700.

Lo scafo e' stato rinvenuto a dieci metri sotto il livello della strada: e' stato adesso sottoposto all'esame degli archeologi che hanno cominciato a ripulirlo a mano perche' il relitto e' estremamente fragile: e' emerso dal fango del cratere dove sorgevano un tempo le Torri Gemelle. La porzione di vascello venuta alla luce e' lunga dieci metri.
ansa.it

L'ACQUA NON SI Vende ! Raggiunto un MILIONE di Firme

Lunedì 19 luglio ci ritroviamo in Piazza Navona alle ore 9.30 per festeggiare insieme la consegna di oltre un milione di firme per i tre referendum per l'acqua pubblica presso la Corte di Cassazione. Saranno presenti in piazza gli artisti per l'acqua e i rappresentanti delle associazioni e dei comitati territoriali, ma soprattutto ci sarà il popolo dell'acqua, quello che ha raccolto le firme in questi tre mesi di campagna referendaria. Qui il programma della mattinata.

L'uomo a chilometri zero


La Terra vista dallo spazio, da un comodo cratere lunare, da una luna di Giove, nel suo divenire in questi ultimi cento anni, un fotogramma dopo l'altro, apparirebbe come un insieme di invasati in accelerazione. Un nido di formiche impazzite in corsa in ogni direzione dopo la distruzione del formicaio. Un fatto incomprensibile per un gioviano, ma anche per una qualunque persona dotata di buon senso.
Se un tempo le domande sul nostro destino erano: "Da dove veniamo? Che siamo? Dove andiamo?" (*), ora , nel tempo del Trasporto Obbligatorio di merci e esseri umani, la domanda è diventata unica: "Perché ci muoviamo?". Il tempo e il denaro impiegato per gli spostamenti sono gli investimenti principali, ma anche i più rischiosi, delle nostre vite. Guidare l'auto è come partire per la guerra con la moglie che agita il fazzoletto sulla porta di casa. Un milione di morti ogni anno nel mondo. 120.000 in Europa. Siamo come un aereo in rotta per casa di Dio con il pilota automatico manovrato da petrolieri, fabbricanti di auto e banchieri. Non si vive più per lavorare, ma per trasportare. Il WTO ha creato un meccanismo infernale con merci che volano, navigano, viaggiano come ossesse intorno al pianeta. Il pomodoro cinese, il cesto messicano, il maiale belga, il gamberetto scozzese saranno i nuovi astronauti quando in futuro useranno immensi aerei cargo nella stratosfera per il loro trasporto.
Ci deve essere un motivo profondo, superiore a quello economico, per questa biblica autodistruzione in movimento, una fornace, un moloch moderno a cui sacrifichiamo la Terra e il nostro tempo. Un problema più da Sigmund Freud che da Adam Smith. Investiamo in strade e non in connettività. Le organizzazioni industriali hanno la stessa struttura dell'Ottocento. Il telelavoro attraverso la Rete è possibile da tempo, ma si rimanda sempre a domani. Internet è lavoro a chilometri zero. Le aziende che decentrano dovrebbero essere incentivate. Il teletrasporto non è più fantascienza, si possono costruire oggetti a distanza, direttamente nel salotto di casa. Internet è il nuovo trasporto, delle idee e non delle merci. Esiste un'alternativa al movimento, si chiama pensiero.

(*) citazione dal quadro omonimo di Paul Gaugin
beppegrillo.it

La ranocchia

Una piccola storia che riguarda tutti e deve far meditare su quello che ci sta succedendo.


mercoledì 14 luglio 2010

Eolico: P3, il gruppo occulto avrebbe agito su mandato di Formigoni

ROMA - Su mandato del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni, l'associazione che faceva riferimento a Flavio Carboni chiese esplicitamente al presidente della corte di appello di Milano Alfonso Marra di ''porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista riconducibile al governatore dalle elezioni regionali 2010''. E' quanto emerge da un'informativa del 18 giugno scorso dei carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci di Roma stilata nell'ambito dell'inchiesta sulla cosiddetta P3.
Parlando dell'attivita' svolta dall'associazione, i militari dell'Arma - e' detto nella informativa - definiscono emblematica la ''vicenda che ha visto protagonista il neo presidente della corte di appello di Milano''. ''Non appena Marra - proseguono i carabinieri - ha ottenuto, dopo un'intensa attivita' di pressione esercitata dal gruppo (ed in particolare da Pasquale Lombardi) sui membri del Csm, l'ambita carica, i componenti dell'associazione gli chiedono esplicitamente, peraltro dietro mandato del presidente Formigoni, di porre in essere un intervento nell'ambito della nota vicenda dell'esclusione della lista 'Per la Lombardia'''. Al riguardo, i carabinieri citano una telefonata del primo marzo 2010 di Formigoni all'imprenditore campano Arcangelo Martino nella quale chiede: ''Ma l'amico, l'amico, l'amico Lombardo, Lombardo li', Lombardi e' in grado di agire''.

IL PORTAVOCE DI FORMIGONI: IPOTESI FALSE ED INFONDATE - Quanto e' emerso e' ''completamente falso e infondato''. E' questo l'unico commento, giunto dal portavoce del governatore Roberto Formigoni, in merito ''alle notizie riportate dalle agenzie di stampa'' su un possibile coinvolgimento del presidente di Regione Lombardia in un gruppo occulto che avrebbe agito su suo mandato.

Fonte:ansa.it

800.000 euro alla Libera scuola dei popoli padani di Lady Bossi


Un decreto del ministro del Tesoro dello scorso 9 giugno, stanzia 800.000 euro alla Scuola Bosina, fondata da Manuela Morrone e gestita dal senatore leghista Dario Galli. Lo rivela Il Giornale che spiega come i soldi, provenienti dal "Fondo per la tutela dell’ambiente e la promozione e lo sviluppo del territorio" sono stati rubricati sotto la voce "ampliamento e ristrutturazione". La scuola, fondata nel 1998, ha l'obiettivo di educare i ragazzi alle tradizioni del territorio.

La Libera Scuola dei Popoli Padani, fondata nel 1998 da Manuela Marrone, moglie di Umberto Bossi, riceverà 800.000 euro per gli anni 2009 e 2010, grazie ad un decreto del ministro del Tesoro.
Alla Bosina si insegnano il dialetto, le fiabe e le filastrocche locali, l'attaccamento al territorio e alle tradizioni, perchè "nell'attuale società, crogiolo di culture multietniche e simbolizzata dalla Babele di Internet, è importante che i ragazzi siano coscienti e sicuri della propria appartenenza ad una comunità per riuscire a comprendere e a discernere la complessità e l'importanza delle varie culture".
Ovviamente c'è spazio anche per i programmi ministeriali (si spera)
Il bilancio 2008 è stato chiuso in perdita per quasi 500.000 euro, che verranno pareggiati con l'elargizione di questo fondo
La Lega sa come combattere la crisi

La rete del debito dei Maiali d'Europa

"Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce


"Fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce". Lao Tzu.
Qualunque sia il suono: un tramestio di grandi fronde, uno schianto improvviso, un'eco di foglie sollevate da rami spezzati, noi sappiamo, prima ancora di comprenderne la direzione e l'intensità, che si tratta di un nuovo scandalo nella foresta. E' sufficiente leggere in modo distratto il titolo di un quotidiano o ascoltare una mezza frase al bar il mattino. Gli alberi caduti sono bollettino abituale, un brusio di fondo. Il nostro udito è così assuefatto al rumore costante del legno marcio o disseccato che rovina al suolo che ogni altro suono è meraviglia, eccezione, così improbabile da essere, invariabilmente, ignorato. La voce della foresta ci è in realtà sconosciuta. I movimenti, le associazioni di cittadini che sviluppano una nuova idea di società, dall'acqua pubblica, ai rifiuti zero, alle energie rinnovabili, al recupero del territorio e a mille altre idee positive, sono invisibili ai nostri sensi. Coperte dagli inceneritori, dalle centrali nucleari, dalle Grandi Opere Inutili, dai processi senza fine per mafia e per corruzione a membri del Governo e a parlamentari. Un rumore che induce alla sordità, ripetuto e sfibrante come una vuvuzela. I trombettieri degli scandali, i corvi presenti in ogni macchia, hanno il compito di trasformare gli schianti in melodie, il legno marcio in uomini politici, in industriali, in banchieri senza colpa, anche dopo il giudizio della Cassazione. Nella foresta ognuno conta uno. Il piccolo arbusto può diventare una grande quercia. La foresta basta a sé stessa e forse questo disincanto, questa apparente indifferenza verso il degrado dell'Italia è in realtà un distacco dal passato, un lento far da soli, prendere in mano la sorte del proprio Paese dalla Val di Susa, al referendum per l'acqua pubblica, alla nuova industria del riciclaggio dei rifiuti di Vedelago, alla pulizia dei fiumi e dei torrenti, ai gruppi di acquisto solidali (GAS), alla partecipazione ai consigli comunali, all'opposizione a basi militari come al Dal Molin di Vicenza. La foresta cresce, i vecchi tronchi, corrotti e tarlati, cadono. In apparenza il loro rumore sembra coprire ogni cosa. Tendete l'orecchio o, come gli indiani d'America appoggiatelo al terreno, c'è una nuova musica che cresce, onesta e discreta, ma irresistibile. Siete voi.
www.beppegrillo.it

India: risciò a energia solare



I postini indiani potranno presto dire addio alle due ruote, grazie alla decisione del Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni di fornire risciò alimentati da energia solare agli uffici postali del Paese. Lo riporta oggi, in prima pagina, il quotidiano The Hindu.

Un servizio per il trasporto di pacchi e lettere più rapido ed efficiente, con allo stesso tempo un minor impatto sull’ambiente. I portalettere potranno percorrere a bordo dei nuovi veicoli ecologici fino a 50 Km con sei ore di carica, per un peso massimo di 50 chili, che è molto più di quanto possono trasportare oggi con le bici.
Per capire come siamo arrivati a quest’evoluzione, facciamo un salto indietro nella storia del risciò, con un aiuto di stampo wikipediano: con questo termine si indica un mezzo di trasporto a trazione umana molto diffuso in Asia, la cui prima comparsa risale al 1869, e si deve ad un fabbro americano, Albert Tolman.
Nella sua forma originale, il conducente traina un carrello a due ruote, sul quale prendono posto una o due persone, e va ad inserirsi tra due lunghe sbarre di ferro. Questa forma di risciò oggi è illegale in molti Paesi. A sostituirla sono sopraggiunti ciclorisciò ed autorisciò, i primi trainati da una bicicletta, i secondi mossi da un motore motociclistico.

Quelli ad alimentazione solare che verranno introdotti in India per il trasporto della posta si presentano come motocarrozzette a tre ruote. Prendono il nome di ‘’soleckshaw” e potranno muoversi grazie a batterie ricaricabili con pannelli solari.

Per ora si tratta di un progetto pilota nella città di Ajmer, nello stato nord-occidentale del Rajasthan, ma l’idea è di estendere la diffusione dei risciò solari a tutto il Paese.
Promotore dell’iniziativa un giovane ministro, Sachin Pilot (nella foto in homepage), appartenente al partito del Congresso. A realizzare i soleckshaw lo stabilimento di Pune della Kinetic Motors Company, azienda produttrice di scooter, che ha sviluppato un’invenzione del Central Mechanical Engineering Research Institute, un centro di ricerca di Durgapur, in West Bengala. Ma non finisce qui: in programma c’è infatti la sperimentazione di un’ulteriore forma di risciò solare, compresa di sedile posteriore, che verrà lanciata ad ottobre per il trasporto di atleti e turisti a New Delhi, in occasione dei Giochi del Commonwealth di ottobre.

[Fonte: Ansa]

martedì 13 luglio 2010

L’inferno dei profughi eritrei nella Libia di Gheddafi e l’Italia fa finta di niente


Torturati gli uomini, stuprate le ndonne. L'inferno di 247 persone nella denuncia del Consiglio italiano dei rifugiati

“Ci torturano a tutte le ore, ci insultano e ci picchiano. Stiamo morendo nel deserto”. E’ il racconto drammatico dei 245 rifugiati eritrei dal centro di detenzione di Braq, vicino a Sebah, nel sud della Libia. Storie nerissime di torture ripetute anche su donne e bambini. La vicenda è esplosa negli ultimi giorni grazie all’intervento del Consiglio italiano rifugiati (Cir) che al governo Berlusconi chiede di intervenire per trasferire i rifugiati in Italia.

Maurizio Massari, portavoce del ministro degli Esteri Franco Frattini ha replicato che non si tratta di un “un problema tra Italia e Libia” e “non si capisce perché solo l’Italia si debba fare carico di questi rifugiati e del problema dei rifugiati in generale”. Ma Roma ha sottoscritto con Tripoli il pattugliamento marittimo congiunto e, a partire dal maggio 2009, le autorità italiane hanno trasferito nel paese del colonnello Gheddafi migranti e richiedenti asilo intercettati in mare. Anche se la Libia non è parte della Convenzione sui rifugiati del 1951 e non ha una procedura di asilo.

Anche Amnesty International si appella alle autorità di Tripoli perché, oltre a fornire acqua, cibo, servizi igienici adeguati e cure, non rinviino forzatamente in Eritrea i rifugiati, “rispettando il principio internazionale del non respingimento verso paesi in cui una persona potrebbe essere a rischio di tortura o altre forme di maltrattamento”.

“Il destino per chi viene rispedito in Eritrea – dice Riccardo Noury di Amnesty International Italia- è il carcere, torture e maltrattamenti per loro e i familiari. Chiediamo alla Libia il rispetto degli obblighi umanitari”. Nel rapporto 2010 dell’organizzazione per i diritti umani, infatti, vengono denunciati tutte le restrizioni della libertà personale del governo di Asmara: leva militare permanente, mancanza di libertà di stampa, persecuzioni religiose (circa 3.000 cristiani di religioni non riconosciute dallo stato sono in detenzione). Le autorità hanno interrogato, torturato e maltrattato persone critiche verso il governo nel tentativo di impedire il dissenso. Spesso i prigionieri sono stati frustati, presi a calci o legati con funi in posizioni dolorose per periodi prolungati. A dicembre 2009 le Nazioni Unite hanno approvato la risoluzione 1.907 che impone sanzioni all’Eritrea, compreso un embargo sulle armi e un congelamento dei beni e il divieto di espatrio per i membri del Governo.

Nonostante questa situazione drammatica, è il quarto tentativo delle autorità libiche di deportare in blocco i profughi eritrei. La prima volta nel 2004 il rimpatrio forzato è riuscito per 110 eritrei. “Ci risulta – continua Noury – che sono stati arrestati e torturati in prigioni militari segrete”. Gli altri due tentativi non sono andati a buon fine anche per le proteste e l’attenzione della comunità internazionale. In questi giorni Tripoli ci riprova. E proprio a ridosso dalla chiusura dell’ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) in Libia. Per chi decide di scappare dal regime eritreo di Isaias Afewerki il destino è segnato dall’inferno dei campi profughi in Etiopia.

Condannata alla lapidazione,mobilitazione internazionale

Condannata alla lapidazione, una tra molte

Nel Corano la lapidazione non è mai menzionata tra le pene previste
Il codice penale iraniano dà indicazioni molto precise sul tipo di pietre che devono essere usate

Sakineh Mohammadi Ashtiani ha 42 anni, due figli e una condanna alla lapidazione per adulterio. La sua storia assomiglia a quella di molte altre donne condannate dai tribunali dei paesi islamici più radicali. Prima l’accusa di avere avuto rapporti sessuali con due uomini al di fuori del matrimonio, poi una confessione estorta con novantanove frustate, quindi la condanna.

Il suo caso ha scatenato la mobilitazione internazionale di leader politici, intellettuali, organizzazioni per i diritti umani e migliaia di persone comuni. Per ora è salva. Il tribunale iraniano ha deciso di rinviare l’esecuzione della condanna, ma nessuno sa fino a quando.

L’incertezza del suo caso giudiziario ha aperto un dibattito all’interno delle istituzioni iraniane sulla legittimità della condanna e sulla vergogna che ricadrà su tutta la Repubblica islamica se ancora una volta una donna verrà lapidata. Infatti nonostante per alcuni paesi islamici la lapidazione sia una pratica millenaria, le sue regole non sono affatto chiare.

Nel Corano la lapidazione non è mai menzionata tra le pene previste. Eppure è proprio sulla fedeltà al Corano che i tribunali islamici più radicali basano le loro condanne. Su Daily Beast, lo scrittore di origine iraniana Reza Aslan cerca di fare chiarezza su uno degli aspetti più controversi e feroci della legge coranica.

Secondo la legge islamica l’adulterio, zina, è una delle sei offese la cui punizione è prescritta da dio (le altre cinque sono: falsa accusa di adulterio, furto, rapina a mano armata, apostasia e ubriachezza). Si tratta essenzialmente di un insieme casuale di reati menzionati da qualche parte nel Corano. Di conseguenza, si tratta di reati che ricevono un trattamento speciale nella legge islamica. Ma la punizione prevista dal Corano per l’adulterio sono le frustate: da nessuna parte nel Corano sta scritto che l’adulterio debba essere punito con la lapidazione.

Il codice penale iraniano invece è molto preciso sulla lapidazione. Nella sezione 119 per esempio dice: “Le pietre usate non devono essere tropo grandi da uccidere subito il condannato né troppo piccole da non poter essere considerate pietre”. La procedura seguita è molto precisa.

La vittima è avvolta in un sudario, collocata dentro una grossa buca scavata nel terreno e ricoperta di terra fino alla vita se si tratta di un uomo, fino al petto se si tratta di una donna. Se l’adulterio è stato dimostrato in tribunale attraverso una confessione, è il giudice a dover scagliare la prima pietra. Se invece è stato dimostrato attraverso dei testimoni oculari, sono loro a iniziare per primi. Subito seguiti dai giudici e poi dalle altre persone presenti, che in ogni caso non possono essere meno di tre.

La definizione di adulterio però non è univoca.

Letteralmente zina significa adulterio, ma in pratica si riferisce a qualsiasi atto sessuale considerato illegale: adulterio (sesso tra due persone sposate), fornicazione (sesso tra due persone non sposate), sodomia, stupro e incesto. La classificazione del reato spesso è molto controversa. Per esempio, secondo alcuni teorici non si dovrebbe parlare di adulterio nel caso in cui il coniuge sia impossibilitato ad avere rapporti con la sua sposa a causa di impedimenti legali, come viaggi prolungati o condanne da scontare in carcere. Poi c’è la relazione problematica tra adulterio e stupro. Può capitare che la vittima di uno stupro sia poi accusata di adulterio se non riesce a dimostrare di essere stata costretta. Ci sono stati alcuni casi in cui vittime di stupri sono state accusate di zina e poi condannate alla lapidazione per adulterio.

Ad aggiungere ulteriore confusione c’è poi il fatto che è quasi impossibile provare la colpevolezza di adulterio legalmente.

La legge islamica prevede infatti che l’adulterio possa essere dimostrato in due modi: o attraverso quattro confessioni, chiare e prive di ambiguità, fatte in quattro incontri separati con un giudice; oppure attraverso la testimonianza diretta di quattro uomini di “irreprensibile integrità”, che devono giurare di avere testimoniato direttamente il reato. Resta da capire come sia possibile trovare quattro uomini irreprensibili che abbiano testimoniato simultaneamente l’atto sessuale intercorso tra due persone.

Per questo anche in quei paesi che continuano a prevedere la lapidazione nel loro codice penale, la procedura per arrivare a una condanna è molto lunga. In Pakistan oltre il 95% delle condanne per adulterio tra il 1980 e il 1987 furono annullate per insufficienza di prove. E anche in Iran una decina di anni fa è stata introdotta una moratoria temporanea sulla pratica della lapidazione, dovuta in parte al dibattito in corso rispetto alla legalità dello strumento.

Nonostante tutto questo però la lapidazione per adulterio continua a verificarsi in molti paesi islamici. Soprattutto nelle regioni più rurali, più povere e meno istruite dove le sentenze vengono spesso emesse senza nessuna sostanziale documentazione ma solo sulla base di processi sommari, in cui ci si limita a prendere per vero quello che viene testimoniato dagli uomini del villaggio. Spesso poi le donne accusate sono del tutto inconsapevoli dei loro diritti, e gli stessi giudici non conoscono la complessità delle leggi e il carico di prove necessarie per una condanna.

Troppo spesso questa ignoranza collettiva fa sì che sia lo zelo delle varie comunità e non la legge a stabilire chi è colpevole e chi è innocente. Uno dei motivi principali per cui l’accusa di adulterio viene facilmente usata come mezzo di controllo sulle donne. Gli uomini molto raramente sono accusati di adulterio e nella maggior parte dei casi sono proprio mariti o padri gelosi a ricorrere alla legge della zina per punire le loro mogli o le loro figlie, come raccontò il film “The stoning of Soraya” del 2008.

Al momento il caso di Sakineh Ashtiani è oggetto del riesame del tribunale iraniano, ma secondo quanto riporta la CNN c’è molta preoccupazione rispetto alla possibilità che la sua condanna possa essere comunque eseguita da un momento all’altro. “L’avvocato della Ashtiani dice che la sua esecuzione e probabilmente la sua lapidazione è imminente e può avere luogo in ogni momento”, ha detto Hossein Abedini del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana.

Fonte: Il Post