giovedì 26 agosto 2010

Le mani della mafia sull’energia verde


di Tommaso Sodano
Da uno studio dell'Europol si ipotizza uno scenario con la presenza sempre maggiore del crimine organizzato nel settore. Una situazione che in Italia è realtà da decenni

Chi ha compreso bene che le fonti rinnovabili possono essere una opportunità d’oro per realizzare grandi guadagni, magari riciclando il denaro sporco proveniente dai traffici illeciti, sono le mafie. E le organizzazioni criminali italiane sono già attive per accaparrasi fette importanti dei nuovi investimenti nel settore energetico.
Quarant’anni fa le fonti per produrre energia pulita erano una chimera. Oggi sono una realtà importante e in futuro lo saranno sempre di più. Tant’è che nelle economie occidentali le energie verdi hanno assunto un ruolo centrale nelle agende politiche e il Vecchio continente si è candidato a fare la parte del leone in questa partita.

Peccato che, oltre a governi e opinione pubblica, chi si è accorto che le fonti rinnovabili di energia sono il futuro, sono le mafie. Da uno studio che l’Europol ha condotto assieme a un nutrito gruppo di specialisti è emerso uno scenario di sviluppo del settore con la presenza preoccupante del crimine organizzato. Secondo la polizia europea, le cosiddette ecomafie vedono nel campo energetico la possibilità di investimenti sicuri e a lungo termine. “Speculazione e riciclaggio di denaro, infiltrazione nelle società con acquisto di pacchetti azionari, smaltimento dei rifiuti (compresi quelle nucleari) e utilizzo di un possibile conflitto geopolitico come copertura per il traffico”.
Una prospettiva a dir poco inquietante che nel nostro paese abbiamo già avuto modo di conoscere. Prima nel settore dello smaltimento illecito dei rifiuti e, ultimamente, nel settore dell’energia, a partire da alcune grandi speculazioni che sono avvenute nel campo dell’eolico. Lo scandalo in Sardegna, il coinvolgimento della cricca, della P3 e il versamento di tangenti, hanno rappresentato la punta dell’iceberg di un sistema corrotto presente nel Paese.
È il nuovo business delle cosche, in Calabria come in Puglia, in Sicilia e in Campania. Un pericoloso intreccio fra mafie, uomini politici, banche, società e imprese di comodo. Per allungare i tentacoli su un giro milionario contiguo a quello delle grandi multinazionali dell’energia verde. Del resto il sostituto procuratore della Dna Alberto Cisterna già nel 2008, denunciava l’interesse della ‘ndrangheta per le energie rinnovabili. “In Calabria ci sono molte piccole centrali idroelettriche abbandonate dopo la nazionalizzazione o perché ritenute meno convenienti rispetto alle centrali termoelettriche. Ma ora, dopo le leggi che favoriscono e finanziano le energie rinnovabili, sono tornate convenienti e la ‘ndrangheta ci investe”.
Un mafioso in un’intercettazione, spiega: “…siccome è rinnovabile, questa energia che si chiama energia verde viene acquistata dalle grandi… Capito… quelli produttrici tipo l’Enel tipo… tipo che ne so la Edison tipo, insomma queste che producono energia con… bruciando carbone, bruciando metano facendo tante cose, però devono avere una produzione di energia che in pratica, una parte deve essere fatta con queste fonti rinnovabili e se non ce l’hanno la devono comprare, una specie di mercato, una specie di borsa capito?”
Non è nuovo neanche l’interesse delle organizzazioni criminali nell’eolico in Puglia a dimostrazione di come le mafie facciano affari dovunque, soprattutto in quei settori economici più promettenti. In Sicilia solare ed eolico sono l’Eldorado del settore: le stime parlano di finanziamenti, per il solo fotovoltaico, di oltre 7 miliardi. Ma per entrare nel business si devono accumulare ettari su ettari di terreno e questo in alcune aree del Paese avviene sempre con la “copertura” mafiosa.
L’approssimazione e la mancanza delle più elementari regole di pianificazione sta caratterizzando la proliferazione degli impianti di produzione energetica in Italia. Conseguenza di questo atteggiamento è la perdita di una grande patrimonio come quello paesaggistico e la non partecipazione democratica delle comunità locali, che vengono espropriate del bene comune più prezioso, il loro territorio, in nome di grandi interessi economici. Quella che dovrebbe essere una delle più grandi opportunità di sviluppo per il nostro Paese e in particolare per il Sud, rischia di diventare uno dei più grandi business del dopoguerra per le mafie. Con ricadute devastanti per l’ambiente e il territorio. Sarebbe criminale non arginare fin da subito questa pericolosa deriva. E per evitare che anche in questo caso qualcuno possa affermare che in Italia esiste solo il partito del NO, diciamo subito che la strada dello sviluppo delle energie verdi è necessaria e auspicabile ma che deve avvenire in modo pulito e democratico. Con il coinvolgimento dei cittadini e dei comuni interessati dagli interventi. Per raggiungere questo obiettivo l’Italia deve dotarsi di un Piano energetico nazionale che tracci con chiarezza il quadro del fabbisogno energetico del Paese, del mix delle diverse fonti e della sua distribuzione territoriale nel pieno rispetto degli impegni internazionali (a partire dal protocollo di Kioto) per l’abbattimento delle emissioni di anidride carbonica .
Non solo grandi centrali energetiche, bottino facile di multinazionali o ecomafie , ma una rete di piccoli impianti. Dai tetti delle case ai capannoni industriali, dalle stalle alle serre, alle aree agricole marginali. Solo in questo modo si potrà rendere difficile la vita alla criminalità organizzata e impedire che, nel nome dell’ambiente, si possa ancora una volta devastare il territorio.

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