giovedì 30 settembre 2010

Di Pietro sulla fiducia al Governo Berlusconi 29 Settembre 2010


Testo

Sig. presidente del Consiglio,
Lei è uno spregiudicato illusionista, anzi un pregiudicato illusionista che, anche oggi, ha raccontato un sacco di frottole agli italiani, descrivendo un’Italia che non c’è e proponendo azioni del Governo del tutto inesistenti e lontane dalla realtà.

Fuori da qui c’è un Paese reale che sta morendo di fame, di legalità e di democrazia e Lei è venuto qui in Parlamento a suonarci l’arpa della felicità come fece il suo predecessore Nerone mentre Roma bruciava.
Quella stessa Roma che anche oggi i barbari padani vogliono mandare al rogo, insieme alla bandiera e all’Unità d’Italia.
Sono sedici anni che racconta le stesse frottole, ma le uniche cose che ha saputo fare finora sono una miriade di leggi e provvedimenti per risolvere i suoi guai giudiziari o per sistemare i suoi affari personali.
Al massimo, ha pensato a qualche altro suo amico della cricca, assicurando a lui prebende illecite e impunità parlamentari, proprio come prevede il vangelo della P2, Cosentino, Dell’Utri e compagnia bella docet!
Anzi, no! Un’altra cosa lei è stato ed è bravissimo a fare, e lo ha dimostrato ancora una volta in questi giorni: comprare il consenso dei suoi alleati ed anche dei suoi avversari. I primi pagandoli letteralmente con moneta sonante, con incarichi istituzionali, con candidature e ricandidature di favore; i secondi ricattandoli con sistematiche azioni di dossieraggio e di killeraggio politico di cui lei è maestro.
Sì, perché Lei, sig. Berlusconi è un vero “maestro”: intendo dire un maestro della massoneria deviata, un piduista di primo e lungo corso, un precursore della collusione e della corruzione di Stato.
Anzi di più. Lei è l’inventore di una forma di corruzione di nuovo conio, più moderna e progredita: cambiare le leggi in modo da non far risultare più reato quel che prima lo era e in modo da non rendere più punibili coloro che prima potevano essere condannati.
Questa mattina, Lei si è gonfiato il petto ricordando un nobile principio liberale: “Ad ognuno deve essere consentito fare tutto tranne ciò che è vietato”.
Certo, ma chi, in Europa, ha scritto con il proprio sangue questo tassello di democrazia liberale non pensava affatto che un giorno si sarebbe trovato davanti ad un signorotto locale che avrebbe dichiarato “non vietato” tutto ciò che gli pareva e piaceva a lui e che non era la legge a governare il sistema ma doveva essere Lui a governare la legge.
Lei, sig. Berlusconi, non è un presidente del Consiglio ma è uno “stupratore della democrazia” che, dopo lo stupro, si è fatto una legge, anzi una ventina di leggi ad personam per non rispondere di stupro!
Lei non è, come alcuni l’hanno definito, uno dei tanti tentacoli della piovra.
Lei è la testa della piovra politica che in questi ultimi vent’anni si è appropriata delle istituzioni in modo antidemocratico e criminale per piegarle agli interessi personali suoi e dei suoi complici della setta massonica deviata di cui fa parte.
Lei, oggi, ci ha parlato della volontà del Governo di implementare la lotta alla corruzione, all’evasione fiscale, alla criminalità economica delle cricche.
E che fa si arresta da solo? O ha deciso di prendersi a schiaffi tutte le mattine appena si alza e si guarda allo specchio?
Lei si è impossessato e controlla il sistema bancario e finanziario del Paese.
Lei controlla le nomine degli organi di controllo che dovrebbero controllare il suo operato.
Lei fa il ministro dello Sviluppo Economico e, come tale, prende decisioni a favore del maggior imprenditore italiano, cioè Lei (e dico maggior imprenditore, non migliore come maggiore e non migliore è l’imprenditoria mafiosa).
A Lei non interessa nulla del bene comune perché si è messo a fare politica solo per sfuggire alla giustizia per i misfatti che ha commesso.
Non lo dico solo io. Lo ha detto pure il direttore generale delle sue aziende, Fedele Confalonieri, ammettendo pubblicamente che “se Berlusconi non fosse entrato in politica noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera”.
Lei si è impossessato dell’informazione pubblica e privata e la manipola in modo scientifico e criminale.
Un esempio? La casa di Montecarlo venduta da Alleanza nazionale. Lei e i suoi amici dell’informazione avete fatto finta di scandalizzarvi nell’apprendere che, dietro quella compravendita, c’è una società off-shore situata in un paradiso fiscale.
Ma si guardi allo specchio, imputato Berlusconi: Lei di società off-shore ne ha fatte ben 64 proprio per nascondere i proventi dei suoi reati societari e fiscali e per pagare tangenti ai politici e ai magistrati e lo ha fatto ricorrendo a quell’avvocato inglese David Mills, condannato per essere stato, a sua volta, da lei corrotto per mentire ai giudici e così permetterle di ottenere un’assoluzione comprata a suon di bigliettoni.
Già! Perché la magistratura che Lei ha corrotto: quella a Lei piace.
Invece, non le piace quella che vuole giudicarla per i suoi misfatti, tanto è vero che ora, al primo punto del suo ”vero programma”, quello di cui oggi non ha parlato, c’è la reiterazione del Lodo Alfano, cioè proprio di quella legge che deve assicurarle l’impunità per un reato gravissimo che lei ha commesso: la corruzione di giudici e testimoni.

Solo per questo fatto, Lei non meriterebbe un minuto in più di rappresentare il Governo italiano e se ancora riesce a starci è solo perché compra i voti ricattando quei parlamentari che si rassegnano a vivere vigliaccamente senza onore o senza coraggio!
Questo è il ritratto che noi dell’Italia dei Valori abbiamo di Lei, sig. Berlusconi!
E Lei, oggi, viene a chiederci la fiducia?
Lo chieda, ma non a noi.
Lo chieda a quelli che ha comprato o ricattato.
Lo chieda ai parlamentari di Futuro e Libertà che finalmente si sono resi conto con chi avevano e hanno a che fare ma non trovano, o non hanno ancora trovato, il coraggio di dissociarsi dal macigno immorale che Lei rappresenta.
Lo chieda al presidente Fini che nel suo discorso estivo a Mirabello ha detto esattamente (ed anzi di più) delle cose che sto dicendo io e ancora indugia a staccare la spina, passando, suo malgrado, da vittima a complice delle sue malefatte!
Lo chieda a tutta quella pletora di disperati che in questi giorni ha convocato a casa sua per offrire loro prebende o per minacciare imbarazzanti rivelazioni e che ora , abbagliati da improvvisa ricchezza o intimoriti dai dossieraggi che Lei ha architettato e commissionato, hanno deciso di vendere la loro anima e il loro onore dandole una fiducia che non merita!
Non lo chieda a noi che siamo stati primi a smascherare le sue reali e criminali intenzioni.

mercoledì 29 settembre 2010

Chi muore sul lavoro se l'è cercata


"Qualunque lavoro tu faccia, tornare a casa da chi ti ama è un diritto. E la cultura della sicurezza è la migliore prevenzione dagli infortuni. Segui le regole che tutelano il bene più importante per te e i tuoi cari: la tua vita". Questo è il messaggio che compare sul sito del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali. E qual è la migliore regola per salvare la pelle? Pretendere maggiori condizioni di sicurezza. E chi la deve dare? Il datore di lavoro. E chi la deve garantire? Lo Stato. E chi muore? Il lavoratore che, come direbbe Andreotti, se l'è cercata.
"La Campagna per la sicurezza sul lavoro del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali dice: “Sicurezza sul lavoro. La pretende chi si vuole bene”. Un messaggio e due spot rivolti solo al lavoratore, ma non a tutti gli “attori” coinvolti. Dopo aver frantumato il Dlgs 81/2008 del Governo Prodi, hanno ben pensato di correggerlo con il decreto Dlgs 106/09 (sanzioni dimezzate ai datori di lavoro, dirigenti, preposti, arresto in alcuni casi sostituito con l'ammenda, salvamanager, ecc). Ora il governo cerca di rifarsi la “verginità” con spot che costano ben 9 milioni di euro. Spot inutili, anzi dannosi, per l’immagine di chi ogni giorno rischia la vita, non perché gli piaccia esercitarsi in sport estremi, che colpevolizzano il lavoratore stesso. E’ una campagna vergognosa, quasi che se non c’è sicurezza la colpa è imputabile al fatto che il lavoratore non vuole bene a sé stesso ed ai suoi familiari. Non dice nulla di chi deve garantire la sicurezza per legge, sottovaluta i rapporti di forza nei luoghi di lavoro, non accenna minimamente al fatto che i lavoratori sono sempre più ricattabili e non hanno possibilità di scegliere." Marco Bazzoni

I “ratti” italiani: pubblicità choc nel Canton Ticino


Topi. Così vengono presentati i frontalieri italiani in una pubblicità choc del Canton Ticino. Precisamente, i topi sono tre, intenti a mangiare una grossa fetta di formaggio elvetico: Topo Fabrizio, che lavora come muratore a basso costo in Svizzera, Topo Giulio, che impugna uno scudo, emblema dello scudo fiscale di Tremonti, e topo Bogdan, rumeno senza lavoro né domicilio.
Non è una barzelletta o uno scherzo di cattivo gusto, ma una vera a propria campagna pubblicitaria che prende di mira quelli che sono considerati ‘i tre mali’ dell’economia ticinese: i frontalieri, i criminali stranieri e lo scudo Tremonti. Sul sito dell’iniziativa, www.balairatt.ch, i toni sono espliciti: “NO all’invasione del frontalierato”, “NO alla crescente criminalità d’importazione”, “I ratti ‘invadono’ la Svizzera italiana”. Sul sito è già stato attivato un blog che in poche ore ha raccolto più di cinquecento commenti sul tema, e il messaggio sta prendendo piede anche attraverso Facebook.
Sono all’incirca 45mila oggi i cosiddetti ‘frontalieri’, gli italiani che regolarmente attraversano il confine per andare a lavorare in Svizzera, soprattutto in qualità di muratori, operai e carpentieri. «È un fenomeno –spiega Michel Ferrise, direttore della Ferrise Comunicazione di Muralto che cura la diffusione della pubblicità – su cui i ticinesi dovrebbero riflettere. Molte ditte puntano sul lavoro dei frontalieri perché costa meno. Chi sta dietro al sito che ha lanciato questa iniziativa vorrebbe ottenere salari minimi per tutti, anche per i frontalieri».
Nella campagna pubblicitaria, vengono attaccati anche «quel paladino delle cause perse del ministro Tremonti che, ogni volta che non sa come raschiare il fondo del barile, fa volteggiare lo scudo fiscale e randella i suoi concittadini che hanno l’unica colpa di voler mettere al sicuro i propri soldi, affidandosi a servizi bancari efficienti e professionali» e la delinquenza a opera degli stranieri, che, si legge nel sito, raggiunge livelli del 60 % sul totale del tasso di criminalità nel paese.
Il paragone con i topi non è comunque dei più gentili. «Perché i ratti?- continua Ferrise – Il ratto è qualcosa di spregevole. C’è il concetto di ‘derattizzazione’ dietro tutto ciò. Ma non fraintendetemi- specifica- Non è una sparata a zero contro tutto, ma solo un modo per portare alla luce un fenomeno non indifferente».
Che gli italiani in Svizzera non siano mai stati particolarmente amati, è testimoniato dalla lunga lista di dispregiativi con cui sono stati definiti nel corso degli anni (ad esempio “minghiaweish”, riferendosi alla difficoltà degli italiani di parlare in tedesco senza inflessioni dialettali italiane, o “Tschinggali”, storpiatura di ‘zingari’, vagabondi) e dai provvedimenti discriminatori nei loro confronti, come la presenza di cartelli che vietavano l’ingresso in locali pubblici a “cani e italiani”. E se oggi il fenomeno dell’emigrazione verso il paese elvetico si è decisamente ridotto rispetto ai decenni scorsi, è pur vero che questa componente xenofoba radicatasi negli anni è dura da estirpare. E la campagna pubblicitaria contro i ‘ratti’ ne è la prova lampante.
«I ratti esistono veramente –conclude Ferrise – I ratti invaderanno il Ticino».
Fonte articolo

METTI FINE ALLA CORRUZIONE!


Questo giovedì Berlusconi vincerà con ogni probabilità il voto in Parlamento sul suo programma che ignora totalmente il più grande attentato alla democrazia in Italia: la corruzione.

Non permettiamogli di sopravvivere a questo voto senza che si alzi una voce contro la corruzione: trasformiamo questo momento in un punto di svolta nella battaglia per la legge anti-corruzione. I cittadini chiedono al Parlamento di agire, subito.

Firma la petizione anti-corruzione qua sotto: sarà consegnata direttamente ai leader dei gruppi parlamentari chiave e ai media, proprio prima del voto e ogni volta che raggiungeremo altre 20.000 firme. Impegniamoci al massimo per ottenere finalmente una legge efficace contro la corruzione! Continua a leggere

martedì 28 settembre 2010

Come ridurre la dipendenza dall’auto?


Come ridurre la dipendenza dall’auto? Secondo Catherine Lutz and Anne Lutz Fernandez autrici del libro Carjacked: The Culture of the Automobile and Its Effect on Our Lives (qui un intervista alle due autrici) è possibile seguendo tre semplici mosse.
Hanno calcolato che ogni americano trascorre circa 18 ore e mezzo in auto a settimana. Dunque, come recuperare quelle ore e usarle nel miglior modo possibile, incluso nel miglioramento della propria salute?
1. Il primo passo (è il caso di dirlo) è quello di eliminare le auto superflue. Meglio una sola auto, sarà più facile farne poi a meno. Il concetto è quello di non ridurre l’uso dell’auto ma di eliminarla dalla propria vita. Dunque, si inizia dal car-sharing che deve deve partire dal proprio nucleo familiare. Poi si passa a prospettare al resto della famiglia questa scelta (forse la parte più difficile) prospettando comunque un miglioramento della qualità della vita. Meglio iniziare il cambiamento personalmente.
2. Migliorare la propria vita iniziando a usare i mezzi pubblici e attivandosi affinché anche il resto della famiglia partecipi.
3. Valutare forme alternative di trasporto quali, camminare, andare in bici o prendere un treno.
Spesso usiamo l’auto per abitudine. E ci abituiamo a trascorrere molte ore nel traffico. Paghiamo cara, anche economicamente, quella che crediamo sia una libertà di spostamento. Pensiamo costi solo la rata dell’auto, il carburante e l’assicurazione e non includiamo tutte le spese extra che comporta: avere una casa con garage; avere anche un garage; una sede di lavoro dove sia possibile parcheggiare, eventuali danni; incidenti; furti ecc. ecc.
Via | Ecofuture

venerdì 24 settembre 2010

La realtà, senza fregature.Il Paese della Notte

 La pancia dell'Italia è colma di materia putrescente

I segreti accumulati in decenni di stragi, bombe, omicidi di stato, servizi segreti diritti e deviati sono una cancrena che corrode questa nazione dall'interno e che si spande in tutti i suoi gangli.

Chi dirige questo paese, da anni, da sempre forse, tiene in mano le sorti di chi lo circonda, nascondendo segreti inconfessabili, verità deflagranti. Eppure.

Eppure l'Italia, il mio paese, ha bisogno più dell'aria che la verità sia mostrata. Che la luce entri in questi sepolcri putrescenti per rigenerare il suo corpo martoriato e stanco. Che questi tumori, che ancora ci infestano, si secchino e scompaiano alla luce del giorno.

Troppa oscurità ha visto questo paese. L'Italia sembra più il paese della Notte, se si guarda la sua storia, che non quello del Sole.
fonte:http://www.anakedview.com/

Le colpe dei padri

Di tutti i momenti importanti non conosciamo la verità sulla genesi, lo sviluppo e la fine. Anche i processi, se e quando terminati, da sempre lasciano strascichi e ipotesi alternative, verità mancate e malessere generale.

Io mi figuro conversazioni tese e reticenti, in stanze di un antico e anonimo lusso, tra persone ufficiali ed eleganti, senza che un minimo senso del pudore entri per errore da porte accuratamente vigilate.

È ora che questo paese conosca la propria storia. Che si guardi allo specchio e riconoscendosi per quel che è stato diventi adulto. E riconoscendo chi l'ha tradito acquisti quella maturità che da sempre ci è mancata.


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giovedì 23 settembre 2010

Ultimatum di Berlusconi a Masi fuori travaglio o te ne vai


Oggi è pure l’Annozero di Mauro Masi, in equilibrio precario e con un dubbio: censurare Marco Travaglio oppure lasciare la poltrona. Perché il messaggio di Silvio Berlusconi recapitato al direttore generale – dicono fonti qualificate di viale Mazzini – è poco rassicurante: trovati un nuovo lavoro, non posso tollerare decine di puntate con Santoro e Travaglio. Più che un messaggio, un avviso di sfratto e una chiamata per Antonio Verro, naturale successore di Masi, il consigliere di amministrazione più fidato per Palazzo Chigi. La direzione generale studia un’ultima e disperata offensiva: non può bloccare la trasmissione di Santoro, ma può architettare un sabotaggio a un soffio dal via.Continua a leggere

venerdì 17 settembre 2010

Santoro: ‘Il 23 riparte Annozero, telespettatori aiutateci anche se la Rai non manda gli spot’


Michele Santoro deve ricorrere al web per avvisare i telespettatori del suo ritorno in tv. “Cari amici, sono di nuovo costretto a chiedere il vostro aiuto”, così comincia l’appello che il conduttore lancia attarverso il sito internet della trasmissione (www.annozero.rai.it) “Giovedì 23 settembre alle ore 21 è prevista la partenza di Annozero ma la redazione è tornata al lavoro da poche ore e con grande ritardo, i contratti di Travaglio e Vauro non sono ancora stati firmati e lo spot che abbiamo preparato è fermo sul tavolo del Direttore Generale“.

“Tuttavia – continua Santoro – se non ci sarà impedito di farlo, noi saremo comunque in onda giovedì prossimo e con me ci saranno come sempre Marco e Vauro. Vi prego, come avete fatto con Rai per una Notte, di far circolare tra i vostri amici e tra le persone con cui siete in contatto questo mio messaggio avvertendoli della data d’inizio del programma”.

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giovedì 16 settembre 2010

Il Viminale vieta alla polizia di telefonare all’estero. Non ci sono più soldi


I sindacati denunciano: a prefetture e uffici della Stradale è arrivata una circolare dal ministero dell'Interno che impone di disabilitare le chiamate internazionali
Se una telefonata allunga la vita, la sicurezza dei cittadini italiani ha i giorni contati. La disposizione arriva direttamente dal ministero dell’Interno, e impedirà alla polizia italiana di effettuare telefonate verso l’estero. “Operatività compromessa”, denunciano i sindacati. Ecco l’ennesimo taglio del governo alla voce Ordine pubblico e sicurezza. Ed è solo l’inizio: limitazioni potrebbero arrivare anche per le chiamate interurbane. Tutto perfettamente in linea con la politica dell’esecutivo. Nel 2009 aveva sforbiciato più di un miliardo alle Forze di Polizia, mentre quest’anno il budget complessivo è stato ridotto di altri 270 milioni, mentre ‘Immigrazione e accoglienza’ perde altri 380 milioni.Continua a legerre

mercoledì 15 settembre 2010

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Originalità, creatività e attenzione al particolare sono le caratteristiche vincenti della nuova collezione ECO BORSE MACRHO'-RUW, che ancora una volta si distinguono per la cura dei dettagli,la realizzzione in materiale riciclato (teloni pubblicitari in Pvc tessuto/Pvc Eco pelle).Per una moda alternativa ecologica e solidale

martedì 14 settembre 2010

Caccia al Tricolore


Passeggiare con il Tricolore è rischioso, può apparire come una provocazione politica, può essere considerato un gesto offensivo rispetto alle idee del secondo partito di governo, il partito che esprime il ministro degli interni.

Sembra incredibile ma può capitare, girando sul territorio nazionale con la bandiera del proprio paese sulle spalle, di venire bloccati, identificati e forse denunciati dalla polizia, di essere minacciati e insultati in ogni modo da patrioti di una nazione inesistente: la “Padania”.

Questo ci è capitato ieri, domenica 12 settembre, a Venezia, in una bella giornata di sole, punteggiata dal colore verde delle bandiere e delle casacche dei tifosi leghisti, giunti da tutto il nord Italia per la rituale celebrazione del “dio Po”.

Sul palco Umberto Bossi e i principali leader del partito secessionista, furbacchioni che a “Roma Ladrona” si sono accomodati bene. Ai balconi di Venezia decine di bandiere tricolori, a ripetere il gesto famoso della signora Lucia, veneziana sensibile al valore dell’unità nazionale.

Eravamo una decina: con noi Marco Gavagnin, consigliere comunale a Venezia per la lista civica a cinque stelle, e l’amico Paolo Papillo, del blog Informazione dal Basso. Sbarcati a Venezia, abbiamo acquistato una bandiera da un venditore ambulante che ce ne ha regalata una seconda.

Dopodiché ci siamo incamminati verso Riva dei Sette Martiri (patrioti giustiziati dai nazisti nel 1944 mentre gridavano “Viva l’Italia Libera!”), dov’era in programma la manifestazione leghista, ad incrocio con via Garibaldi. A un certo punto siamo stati bloccati da un plotone di poliziotti e carabinieri. Motivo? Grave rischio di disordini a causa della nostra “provocazione”.

Intanto erano partiti gli insulti del popolo verde, proprio mentre gli amplificatori diffondevano la voce roca (e le parole poco comprensibili) del capo. “Comunisti di merda” è stato l’epiteto più gentile. Alcuni ci gridavano “froci” e “culattoni”. Un tipo inneggiava: “Forza Paraguay!”. Poi sono partiti i coretti da stadio: “Padania! Padania!”. Per loro il Tricolore è “da buttare nel cesso”, come insegna il grande leader, perché “l’Italia non è mai esistita e mai esisterà”.

Soltanto il cordone di polizia ha evitato l’aggressione fisica da parte di individui fanatizzati, incattiviti da decenni di violenta demagogia. Siamo stati tutti identificati, noi, non i linciatori. E poi allontanati tra due ali di folla schiumante di rabbia, per aver portato in piazza un simbolo che dovrebbe appartenere a tutti.

Insomma: a 150 anni dall’Unità d’Italia e 65 dalla Liberazione, bisogna ancora fare gli italiani. Certi giorni viene il dubbio che sia troppo tardi.
Fonte:Piero Ricca

venerdì 10 settembre 2010

La mafia dei colletti bianchi



Quando un cittadino viene minacciato, lo è l'intera collettività. La campana suona sempre per tutti.
"Nei giorni scorsi sono arrivate nuove e pesanti indimidazioni al presidente della Casa della Legalità Christian Abbondanza e ad altri attivisti che lo accompagnano quotidianamente nella sua battaglia per la Legalità e contro tutte le mafie. La Casa della Legalità raccoglie infatti testimonianze dirette e si occupa di fare segnalazioni agli organi competenti attraverso esposti documentati ed approfonditi, dando spesso una mano alle attività investigative e informando i cittadini e le autorità attraverso il sito www.casadellalegalita.org. Questa attività di denuncia ha reso questa realtà invisa a molti politici ed amministratori locali che spesso sono stati colti con le “mani nel sacco“. La Casa della Legalità non ha avuto paura di denunciare, in maniera documentata, i costumi profondamente corrotti della nostra classe politica e anche di coloro che spesso si fanno paladini ipocritamente dell’antimafia. La mafia più pericolosa infatti non è quella che uccide ma quella dei 'colletti bianchi' come amava chiamarla Paolo Borsellino." Gianluigi S.

mercoledì 8 settembre 2010

SOS Racket e Usura chiuso per MAFIA

A Milano l’antiracket chiude per colpa della mafia. “Abbandonati dalle istituzioni”di Davide Milosa
Squilla il telefono. Una, due, tre volte. Squilla ancora. Pochi secondi e qualcuno dall’altra parte del filo inizia a parlare: “Avete fatto male a chiamare i carabinieri. Perché io quello che devo fare lo farò, ditelo pure al signor Manzi”. Una minaccia. L’ennesima di tante. Non sarà l’ultima, ma certo i toni e il contenuto hanno il sapore acre di una scelta definitiva. Forse irrevocabile. Per questo Frediano Manzi ha paura davvero. Lui che da presidente dell’associazione Sos racket e usura ha denunciato boss, picciotti e padrini del racket. A Milano e in tutta Italia. Ora, però, non ci sta più. Si chiude. Perché il silenzio delle istituzioni è ormai diventato insopportabile. E adesso sul sito dell’associazione compare un’enorme scritta bianca su sfondo nero: “Chiuso per mafia”.

Per Manzi le ultime ventiquattro ore sono state terribili. Ieri mattina, ignoti hanno squarciato le ruote delle sue due auto. Poi quella telefonata devastante forma e nel contenuto. Non è finita: un noto imprenditore delle pompe funebri, già coinvolto nell’inchiesta Caronte del 2008, lo ha insultato al telefono accusandolo di dire menzogne quando denuncia per la seconda volta gli affari illegali del caro estinto. Una brutta storia su cui pesano gli intrecci politici che portano ai piani alti di palazzo Marino. Ancora prima ignoti si sono spacciati per carabinieri. Chiedevano di lui. Peccato che non erano militari. Ma la cronologia delle minacce è lunga e brutale. Ottobre 2009: qualcuno spara contro il suo chiosco di fiori a Parabiago. Dicembre 2009: un pacco bomba composto da un contenitore d’alcol con miccia viene trovato davanti alla sua casa di Nerviano. Febbraio 2010 qualcuno dà alle fiamme un suo furgone. Eppure, fino a oggi, tutto andava bene, tutto si poteva sacrificare nel nome della legalità.

Quelli passati, così, sono stati 18 anni di battaglie scandite a suon di denunce, oltre 500, che portano in calce la firma di Frediano Manzi. Non, però, l’indirizzo della sede, ma quello di casa sua. Perché qui sta lo scandalo, l’ennesimo, di certa politica lombarda che non vede la mafia e anzi fa di più, la nega ben oltre l’evidenza. Come da anni nega a Manzi una sede per ricevere le vittime del racket e dei clan.

Nel 1999, dopo solo due anni di vita, l’associazione viene cacciata dalla sua sede di via Piermarini, pieno centro di Milano. Bastano appena due minacce ricevute per spingere i democratici inquilini del palazzo a fare una petizione in cui la presenza di Manzi viene definita scomoda. Poco male. “Le Acli – racconta Manzi – mi offrirono una sede in via della Signora”. Anche qui alla macelleria mafiosa serve un piccolo attentato. “Le Acli mi dissero che dovevo andarmene”. E’ il 2001 e da qui in poi, per nove anni, l’unica associazione presente in Lombardia che produce denunce contro il racket, si trova senza una sede ufficiale.

E la politica? Non parla oppure delegittima. Come ha fatto il vicesindaco Riccardo De Corato oltre un anno fa. Sono i giorni dello scandalo sul racket delle case popolari. Alloggi occupati e riaffittati abusivamente a 3.000 euro. Manzi filma tutto dando fuoco alle polveri di un’indagine che in poco più di un anno cancella il clan siciliano dei Pesco egemone in zona Niguarda. Ma De Corato minimizza: “Il fenomeno è insesistente”. L’indagine invece va avanti e Manzi in pochi mesi porta in procura una dettagliatissima mappa del racket in diversi quartieri della città.

Di nuovo silenzio o prese in giro. Clamorosa l’uscita del sindaco Letizia Moratti che invita Manzi “a fare regolare domanda all’Aler”. Chi si spinge oltre è invece Marco Osnato, genero di Romano La Russa, consigliere comunale del Pdl e membro del cda di Aler, l’azienda regionale che gestisce le case popolari. Lui, Osnato, a Manzi propone una sede a Quarto Oggiaro, quartierer criminale alla periferia di Milano. Ma, tiene a specificare, solo quando la zona sarà stata rivalutata. Per capire si consiglia una visita in zona, magari tra via Lopez e via Pascarella, e oltre in piazzetta Capuana, passando, perché no, davanti al bar Quinto.

Manzi, però, va avanti a consegnare questionari sul racket casa per casa e a raccogliere denunce. Quelle, ad esempio, che fioccano dopo il maxiblitz di luglio contro la ‘ndrangheta. Imprenditori che parlano di mazzette da 40.000 euro da versare nelle tasche del boss latitante Vincenzo Mandalari. Parole incofessabili che squarciano il velo dell’omertà. Manzi registra, annota e denuncia. Fino a oggi. E oggi dice basta.
fonte:ilfattoquotidiano.it

martedì 7 settembre 2010

Le nostre tracce sul web sono indelebili


di Andrea Aparo 
Domanda: come possiamo vivere al meglio le nostre vite in un mondo dove la Rete registra tutto e non dimentica mai nulla? Foto, aggiornamenti, profili, pensieri, esperienze, storie, peccati, buone azioni, promesse, relazioni, debolezze, sicurezze: una volta in rete è per sempre. Secondo un recente sondaggio commissionato dalla Microsoft in USA,... Leggi il resto >

lunedì 6 settembre 2010

Michele Placido: 'In Parlamento gente peggiore di Vallanzasca'


"Ci sono persone che stanno in Parlamento e hanno fatto peggio di Vallanzasca. Prima di fare questo film mi sono posto il problema perché sono stato prima in un collegio di preti e poi ho fatto il poliziotto”, ha detto Michele Placido alla conferenza stampa a Venezia per il film Vallanzasca – Gli angeli del male, oggi fuori concorso tra le polemiche. “Qualcuno dice che Vallanzasca è un personaggio troppo bello ma negli anni ’70 è stato un vero mito. Se lei incontra – ha detto ad una giornalista – Vallanzasca oggi, viene subito sedotta”. Poi il regista pugliese ha aggiunto: “In America, Francia e Germania si possono fare film sui criminali senza alcun problema, anzi in Francia il ministero ha finanziato il film sul loro criminale numero uno. In Italia no perché qui impera il falso moralismo, al punto che addirittura Rai e Medusa lo hanno rifiutato: mi hanno detto che è un personaggio troppo scomodo, come se Vallanzasca rappresentasse il male dell’Italia dal dopoguerra ad oggi”. Placido poi torna sulla mitizzazione del personaggio Vallanzasca: “Il mio non è certo un film assolutorio. Quello che fa Vallanzasca è fino troppo chiaro: ammazza poliziotti, scanna il suo amico più caro in carcere. Se uno vede una glorificazione non ha capito. E’ un criminale fino in fondo ma un criminale con una sua etica del male”. E’ evidente che le critiche che sono già piovute sul film, soprattutto dai parenti delle vittime dell’ex bandito milanese, non fanno che aumentare l’interesse e la pubblicità intorno alla pellicola. Critiche e polemiche destinate a crescere anche dopo le parole di Antonella D’Agostino, moglie di Renato Vallanzasca: “E’ un film bellissimo, straordinario – dice la D’Agostino – quello che si vede è tutto vero anche se Renato nel film appare più duro di quello che è nella vita reale. Chi comprerà il biglietto del film sarà soddisfatto”.
fonte:ilfattoquotidino.it

Borsa in pvc porta PC


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venerdì 3 settembre 2010

Quattro risate

IL MINISTRO INSULTA I PRECARI

di Augusto Pozzoli
Una conferenza stampa per rispondere ai precari. Il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha scelto questa modalità per “dialogare” a chi ha organizzato un sit in di protesta davanti a Montecitorio. E qui, come in diverse parti d’Italia, ci sono anche precari che stanno facendo lo sciopero della fame. Ha cercato di giocare d’attacco, dunque, il ministro, spiegando: “Noi capiamo la sofferenza di molti docenti che hanno studiato per avere un posto che poi non hanno. Ma ereditiamo una situazione dai governi precedenti, sono il frutto di politiche dissolute. Oggi contiamo che siano 229 mila i precari che hanno prestato servizio almeno per un anno, e non possiamo pensare di aggiungerli ai 700 mila insegnanti attualmente impiegati. Il nostro impegno morale è quello di non creare nuovi precari”.

Ammette, la Gelmini, che manca tuttavia uno strumento fondamentale di premessa: un nuovo sistema di reclutamento. “Lo faremo – dice – possibilmente dopo una contrattazione sindacale. E se non ci sarà accordo, attraverso un provvedimento legislativo. Per noi l’obiettivo è quello di costruire un sistema basato sul merito. Solo l’Italia e la Grecia non hanno ancora questo sistema. Non vogliamo contrapporre la qualità alle esigenze di chi lavora nella scuola. Il merito è ormai una richiesta diffusa degli stessi insegnanti”. E allora la sorte dei precari che stanno allargando sempre di più la loro contestazione? Secondo la Gelmini un decreto salva precari e gli accordi con le Regioni saranno gli strumenti per assorbire al massimo i perdenti posto. Ma quanti si salveranno? Il ministro non lo sa: “Non siamo ancora in grado di sapere – ha detto testualmente – chi perderà il posto”. Insomma, naviga a vista. E soprattutto, per mettere in evidenza la bontà dell’operato del governo sulla scuola ha elencato una serie di dati a dir poco sorprendenti.

Sui tagli, innanzitutto. Riducendo al minimo il numero dei posti persi controbilanciandoli con il numero dei pensionamenti. Secondo questo calcolo, negli ultimi due anni i 77 mila posti già tagliati si ridurrebbero a 12 mila. Un vero gioco delle tre tavolette. Un gioco che continua quando il ministro afferma che quest’anno “sono stati recuperati 10 mila nuovi posti di lavoro”. Ma si dimentica di dire come. E cioè che, a parte i posti per il sostegno per i disabili imposti da una sentenza della Corte costituzionale, buona parte sono ore curriculari assegnati “a spezzoni” che sono stati organizzati in cattedre vere e proprie. Posti, insomma, che già c’erano e che non poteva sopprimere. Per non parlare del tempo pieno alle elementari, che la Gelmini insiste nel dire che è aumentato. Ma continua a confondere le sue 40 ore settimanali con il tempo pieno vero e proprio, che prevede le compresenze, ossia la possibilità di arricchire l’offerta formativa per tener conto delle esigenze degli alunni in difficoltà come di quelli che più talentuosi a cui dare strumenti culturali più adeguati. Insomma il contrario della qualità che ripetutamente il ministro ha vantato.
fonte.ilfattoquotidiano.it


Italia corrotta, Europa infetta. Il Bel Paese è da decenni un terreno di coltura del virus mafioso, un'area protetta, un'oasi WWF della delinquenza. Le mafie hanno due redditi: dallo Stato attraverso gli appalti e i contributi europei, miliardi di euro annui che sfuggono a ogni controllo, e dalle attività più classiche, dalla droga che entra a tonnellate dal porto di Gioia Tauro, alla prostituzione, ai rifiuti, al traffico di armi. Le mafie sono cresciute forti e potenti nell'indifferenza della Comunità Europea e del suo asfittico Parlamento diretto dalla BCE e con la benevolenza di parte dello Stato italiano. Lo Stivale gli va stretto da tempo, sono come un paguro che cerca sempre una conchiglia più grande.
La strage di Duisburg è passata quasi inosservata. La cancrena europea però non si può più nascondere. Il settimanale francese L'Express ha dedicato copertina e servizio principale alla diffusione delle mafie nei Paesi europei. La copertina è la più inquietante dopo quella che ci dedicò il Der Spiegel ai tempi delle BR (un piatto di spaghetti con una P38). L'articolo de L'Express inizia con queste parole: "La Mafia non conosce la crisi. Il suo volume di affari oscilla tra i 120 e i 150 miliardi di euro annuo, dal 5 al 7% del PIL italiano. Le tre principali organizzazioni criminali della penisola, Mafia siciliana, 'Ndrangheta e Camorra non hanno mai avuto una tale potenza. Se reinvestono dal 40 al 50% della loro ricchezza nelle attiità tradizionali come la droga, le armi e il pagamento dei salari agli "affiliati", esse reinvestono il resto di questa manna nell'economia legale. E ben al di là dei confini italiani...". Seguono mappe geocriminali, tratte dal libro: " Mafia Export" di Francesco Forgione, con i nomi delle famiglie in Francia, in Germania, in Spagna, in Portogallo. Ovunque un'epidemia di clan e di famiglie con presenti tutti i nomi più noti: dai Piromalli, ai Mazzarella, ai Santapaola.
Se non si circoscrive la fonte di contagio, l'Itala, il fenomeno non potrà che svilupparsi al ritmo di 40/50 miliardi di euro annui di investimento mafioso in Europa. Quanto ci vorrà per trasformare il nostro continente in Euromafia? Nessuna multinazionale ha le disponibilità finanziarie delle mafie. Io sono andato due volte al Parlamento europeo per avvertire i Belli Addormentati di Bruxelles. La prima per chiedere che non fossero più inviati in Italia i fondi europei, pari a circa 9 miliardi all'anno, che in gran parte sono gestiti dalla criminalità organizzata. La seconda per avvertirli che la mafia stava colonizzando l'Europa. Dopo due anni nessuna risposta è pervenuta dalla UE e non possiamo aspettarci che venga dall'Italia. Nel Bel Paese Mafioso i condannati per mafia stanno in Parlamento, le amicizie camorristiche e 'ndranghetiste sono credenziali per incarichi governativi. Il presidente del Consiglio si vanta di aver avuto un pluriomicida di Cosa Nostra in casa e lo chiama eroe, Casini deve il suo elettorato a Cuffaro e Schifani è l'interlocutore del Pdmenoelle.
Per salvarsi l'Europa deve nominare un commissario straordinario per l'Italia, se necessario un liquidatore, altrimenti il prossimo presidente europeo sarà eletto a Corleone o a Torre Annunziata.
fonte:beppegrillo.it

giovedì 2 settembre 2010

Caro Silvio, ma voi non eravate quelli "antropologicamente diversi"?

Caro Silvio, ma voi non eravate quelli "antropologicamente diversi"?

Smaltire l’amianto senza preoccuparsi della legge


di Alberto Puliafito

Smaltire l’amianto senza preoccuparsi della legge. In Friuli Venezia Giulia, lo “stato di emergenza” permette di bypassare senza troppi problemi le norme sul corretto smaltimento dei rifiuti pericolosi. L’insidiosa “deroga” a una legge dello Stato (la 257 del 27 marzo 1992: quella, appunto, che contiene le norme relative alla cessazione dell’impiego di amianto) è contenuta nell’ordinanza della Protezione civile, controfirmata dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, emanata dopo la tromba d’aria che ha colpito 35 comuni della regione il 23 luglio scorso. Cinquecentomila euro stanziati subito per le attività agricole compromesse, le case e i capannoni scoperchiati. Le coperture di questi ultimi, come spesso accade, sono in lastre ondulate di eternit.

A quattro giorni dalla tromba d’aria, l’assessore Regionale alla Protezione Civile Riccardo Riccardi rilascia un’intervista al Gazzettino: “Per lo smaltimento – assicura – dovremo pensare a un’oculata gestione in grado di assicurare ogni eliminazione di situazioni di rischio”. Poi chiede lo stato di calamità naturale. Accordato, il 30 luglio, con decreto della presidenza del Consiglio dei Ministri. Data di fine dell’emergenza: 31 luglio 2011. Durata: un anno esatto.

Il 20 agosto viene pubblicata l’ordinanza numero 3894 della Protezione Civile. Riccardi, che è anche vicecommissario per l’emergenza dell’A4 (anche un tratto autostradale, in Italia, può essere in emergenza) viene nominato Commissario delegato. L’ordinanza ne stabilisce i compiti e produce un elenco di due pagine di leggi e norme cui si può andare in deroga: è uno dei poteri di Protezione civile. Sul sito ufficiale del Dipartimento non si dice quali siano le leggi derogate: per scoprirlo bisogna leggere il testo dell’ordinanza. In cui la parola “amianto” non compare mai. Viene però citata la Legge 257/1992. In particolare, secondo l’ordinanza, “il commissario delegato è autorizzato, ove ritenuto indispensabile e sulla base di specifica motivazione, a derogare agli articoli 9, 10, 12 e 15 di quella legge. Di che cosa si tratta? Gli articoli in questione stabiliscono le misure che le imprese devono adottare nello smaltimento per tutelare la salute dei lavoratori e dell’ambiente. Definiscono poi la necessità di vigilanza da parte delle unità sanitarie e dispongono che lo smaltimento dell’amianto venga effettuato da ditte specializzate iscritte a un apposito albo. Non è finita. Nel caso del Friuli si va in deroga anche alla classificazione stessa dei rifiuti a base di amianto, che la 257 definisce “speciali, tossici e nocivi”. C’è infine l’articolo 15, anch’esso reso derogabile dall’ordinanza, che prevede sanzioni per chiunque non adotti le norme dovute in merito al trattamento dell’eternit.

Insomma, il Friuli diventa un luogo dove l’amianto si può smaltire senza norme? Secondo Riccardi non c’è da preoccuparsi: questa è solo la cornice. “A breve verrà approvato un regolamento quadro, che prevederà anche come muoversi per rispettare le norme di sicurezza ambientale e dei lavoratori. Trovandosi in emergenza – dice – la deroga è necessaria semplicemente per sveltire le tempistiche burocratiche”. Ma nell’ordinanza si parla anche di articoli di legge che non hanno a che fare direttamente con le tempistiche. “L’alternativa alla deroga” risponde Riccardi “è quella di applicare le procedure normali. Ma se, per esempio, devo fare un piano di sicurezza, e per il piano di sicurezza devo avere non so quante autorizzazioni, questo incide anche sui tempi”.

E bisogna fare in fretta, per rimuovere le coperture pericolose o i loro resti frantumati. Il che potrebbe anche sembrare logico, in una situazione emergenziale. Anche Glauco Spangaro, un tecnico dell’Arpa del Friuli esperto in smaltimento d’amianto, la vede allo stesso modo: “Il legislatore non pensa all’evento calamitoso, prevede una norma generica. Ma l’evento calamitoso che crea questo fatto anomalo ed eccezionale richiede la deroga”. Chi le deroghe di Protezione civile le ha vissute in maniera invadente, invece, come L’Aquila, la pensa diversamente: “C’è il rischio che andare in deroga voglia dire semplicemente non rispettare le normative”, dice Antonio Perrotti, architetto della Regione Abruzzo. Il rischio, cioè, che la fretta della deroga favorisca il non controllo sulla tutela dell’ambiente e della salute di cittadini e lavoratori.

C’è però chi si è rimboccato le maniche, senza deroghe né ordinanze speciali. “Bisognava partire subito, perché si doveva garantire la ripresa delle attività produttive”. Lo racconta Mauro Di Bert, sindaco del comune di Pavia di Udine, uno dei più colpiti dalla tromba d’aria. Si è proceduto andando in deroga? No, semplicemente si sono accelerate le procedure con l’ordinanza comunale numero 61/2010, che prevede il rispetto della 257/1992 e che obbliga i privati a provvedere, a proprio carico, alla messa in sicurezza delle strutture pericolanti, danneggiate o in cattive condizioni contenenti amianto; a rivolgersi alle aziende specializzate o comunque a seguire tutte le norme previste per la rimozione e lo smaltimento. In attesa che si chiariscano i termini dei risarcimenti che i privati dovranno avere per il danno subito. Ci sono – quindi – delle realtà che stanno uscendo dall’emergenza senza l’aiuto di procedure accelerate. Basterà il “regolamento quadro” per fare in modo che nei prossimi 12 mesi (tanto dura lo stato di emergenza) non ci sia una corsa allo smaltimento facilitato, trovando magari escamotage per fare in modo di rientrare nei requisiti dell’ordinanza?

mercoledì 1 settembre 2010

In Africa sempre più coltivazioni Ma soltanto per i carburanti


di Matteo Cavallito
Friends of the Earth: “I carburanti verdi minacciano l’agricoltura africana”
Nel continente africano 5 milioni di ettari di terreno sono in mano alle compagnie straniere del settore biofuels. Un fenomeno che produce danni umani e ambientali devastanti. La denuncia viene dalla ong internazionale Friends of the Earth. “Vogliamo investimenti reali per produrre cibo, non combustibile per le automobili straniere”. Mariann Bassey, coordinatrice per la sezione nigeriana dell’organizzazione non governativa ha decisamente le idee chiare e, dati alla mano, non potrebbe essere altrimenti. Quello lanciato oggi dalla sua organizzazione, infatti, è un allarme inequivocabile che chiama in causa una vicenda torbida fatta di disgrazie africane e interessi miliardari. I protagonisti di sempre, insomma.

Nel corso degli ultimi anni, rivela il rapporto pubblicato oggi, le multinazionali straniere (tra cui le italiane Agroils, Aviam ed Eni) hanno acquisito terra africana per 5 milioni di ettari con l’obiettivo di convertirne le coltivazioni: dai prodotti alimentari ai biocarburanti. L’irresistibile business dei combustibili verdi avrebbe quindi generato una corsa alla terra senza precedenti, provocando danni incalcolabili all’ambiente e agli esseri umani. Privati dell’apporto alimentare di un area coltivabile grande quanto la Danimarca, milioni di africani sono così chiamati ad affrontare un futuro ancora più incerto fatto di carestie ataviche, impennate speculative dei prezzi e diminuzione delle risorse disponibili. Uno scenario da incubo assai peggiore, di fatto, di quanto appaia oggi visto che la ricerca, è bene ricordarlo, prende in considerazione appena 11 Paesi.

Quello condotto dalle corporation europee è un assalto alla terra silenzioso e riservato che sfrutta la diffusa carenza di garanzie che caratterizza i luoghi di conquista. Dati ufficiali praticamente assenti, consultazioni con le comunità locali decisamente scarse e inadeguate: più che a regolari acquisti, le operazioni condotte in Africa assomigliano a dei semi-espropri. Ad ammetterlo, spiegano da Friends of the Earth (Foe), è persino la Banca Mondiale, una che di questi argomenti sembra intendersene parecchio. Nel 2008 compilò una relazione interna ammettendo per la prima volta una correlazione tra lo sviluppo dei biofuels, la speculazione e la crisi alimentare. Ma alla fine preferì non divulgare i dati. Quando il rapporto finì nelle mani del quotidiano britannico Guardian, i vertici dell’organismo furono travolti dall’imbarazzo. Lo scandalo, tuttavia, non riuscì a scalfire l’agenda politica.

Per l’Unione europea quella dei biofuels è ormai una strada segnata. Bruxelles intende rispettare un piano noto da tempo che prevede entro il 2020 un utilizzo di carburanti verdi pari al 10% del combustibile totale impiegato nei trasporti. Un traguardo dall’impatto potenzialmente disastroso. «Le comunità locali affrontano la fame e una crescente insicurezza alimentare per permettere agli europei di riempire i serbatoi delle proprie automobili – spiega Adrian Bebb, responsabile delle campagne cibo e agricoltura di Friends of the Earth Europe – . Per questo l’Ue deve abbandonare al più presto questa politica per investire, al contrario, nel rispetto dell’ambiente e nella riduzione dell’energia impiegata».

Clicca qui per scaricare il rapporto di Friend of the Earth

Peter Gomez :bisogna vedere quel che non si è visto


Bisogna vedere quel che non si è visto,
vedere di nuovo quel che si è già visto,
vedere in primavera quel che si è visto in estate,
vedere di giorno quel che si è visto di notte,
con il sole dove la prima volta pioveva,
la pietra che ha cambiato posto.
(José Saramago)

Vivisezione, l’inganno dell’Unione europea


di David Perluigi
La nuova direttiva Ue deve essere approvata entro l'8 settembre. Ma già infuriano le polemiche degli animalisti su una deriva ancora più violenta. Ogni anno vengono utilizzati 12 milioni di animali per esperimenti scientifici
Esperimenti su animali randagi e domestici. In poche parole cani e gatti. Utilizzando metodi da tortura come l’isolamento forzato, il nuoto forzato o altri esercizi che portano inevitabilmente all’esaurimento (morte) degli animali. E non è finita, perché se l’intensità è “moderata”, l’esperimento sulla stessa bestiola si può ripetere. Un bell’escamotage per sostenere, come recita la nuova direttiva europea sulla vivisezione, che d’ora in poi gli esperimenti coinvolgeranno meno animali. Il tutto gravato da un singolare paradosso: in Italia la legge sulle vivisezione è più rigida, ma ora le nuove regole dell’Unione non saranno più derogabili dai singoli paesi con buona pace delle multinazionali del farmaco. Certo l’Italia potrebbe chiedere di mantenere le sue regole, ma la domanda è: lo farà?

Intanto, dopo anni di discussioni e rimaneggiamenti, la nuova direttiva europea sulla vivisezione è pronta al varo. Ma nessuno, o quasi, degli europarlamentari italiani eletti nel 2009 è ancora andato a leggersi il testo. Peccato, perché a guardarlo bene ci sono punti che farebbero accapponare la pelle anche al più convinto sostenitore della sperimentazione scientifica con gli animali. Il testo prevede, ad esempio, all’articolo 16: “La possibilità di riutilizzare animali già sottoposti a esperimenti di intensità ‘moderata’”. Un paradosso, si diceva. “In questi ultimi mesi quasi tutti gli articoli chiave sono cambiati in peggio rispetto alla prima stesura del 2008 – dichiara scandalizzata Vanna Brocca della Leal, la Lega antivivisezione – ad esempio la frase la possibilità di riutilizzare animali già sottoposti a esperimenti di intensità moderata è significativamente diversa rispetto alla prima stesura ipotizzata dalla Commissione, dove si parlava invece di esperimenti di intensità lieve“.

“Tra le procedure codificate poi – continua la Brocca – c’è l’isolamento forzato di cani e scimmie o il nuoto forzato o altri esercizi fino all’esaurimento dell’animale”. Un risultato ben diverso, insomma, da quello che si aspettavano le principali associazioni animaliste che auspicavano il  graduale superamento della sperimentazione con gli animali grazie all’utilizzo di metodi alternativi, in provetta o tramite modelli computerizzati e, nello stesso tempo, la riduzione degli esperimenti più dolorosi. Ma non è l’unico scivolone del testo. Sempre nella prima stesura del 2008 non vi era di certo: “La possibilità di chiedere delle deroghe a sperimentare su animali randagi delle specie domestiche – aggiunge la Brocca – l’ articolo 11 del testo (compresi cani e gatti ndr), qualora sia impossibile raggiungere lo scopo della procedura” altrimenti e quando sia ritenuto “essenziale” per tutelare l’ambiente o la “salute umana o animale”.

Eppure, la relatrice della normativa, l’eurodeputata Elisabeth Jeggle del Partito popolare europeo, aveva dichiarato alle agenzie di stampa: “Le nuove norme realizzano un compromesso tra i diritti degli animali e le esigenze della ricerca”. Ma il risultato finale non pende certo a favore degli animali. E così, mentre i nostri eurodeputati sonnecchiano, il tam tam di protesta degli animalisti è già partito. La Leal, lega antivivisezionista, sta raccogliendo le firme per una petizione online da portare al Parlamento europeo entro l’8 settembre, giorno della votazione del testo. Sono già oltre le 60mila. Tra questi hanno firmato: l’astrofisica Margherita Hack, l’attrice Lea Massari, la scrittrice Sveva Casati Modignani, il fotografo Gabriele Basilico. In gioco, stando ai dati forniti dall’Ue nel 2005 (gli ultimi disponibili), ci sono i 12 milioni di animali che vengono usati ogni anno in Europa per finalità di ricerca. Una statistica dalla quale vengono generalmente escluse le specie invertebrate e gli animali uccisi per utilizzare tessuti e organi. Ed ecco che cosa si sono inventati a Bruxelles come “compromesso”, per usare le parole della Jeggle.

Il professor Agostino Macrì è stato per anni uno dei massimi ricercatori all’Istituto Superiore di Sanità, oggi scrive per alcune riviste scientifiche: “Io ho fatto quasi sempre sperimentazione sui ratti, non sono contrario alla sperimentazione scientifica con test sugli animali. Ci sono farmaci che possono essere testati sull’uomo se non dopo una prima fase di test fatta sugli animali. Certo, però, se dovesse passare il principio generale a livello europeo che si possono riutilizzare per più esperimenti gli stessi animali, sarei contrario. Mi sembra una inutile tortura. Come sono contrarissimo a usare animali cosiddetti randagi, portatori di per se di altre malattie. Oggi comunque in Italia – continua Macrì – per la sperimentazione su cani e gatti o su altre specie al di fuori dei ratti, bisogna chiedere una deroga, una autorizzazione al ministero della Salute che la sottopone poi al vaglio di una commissione in seno all’I.S.S”. E già la normativa italiana, la n.116/92, è parecchio restrittiva sulla sperimentazione su quasi tutte le specie animali.

“In realtà- dice Brocca – domani potrebbe diventare tutto più difficile o più semplice a guardarlo dalla parte dei vivisettori e dei grandi gruppi che dalla vivisezione traggono profitto. Infatti l’articolo 2 della nuova Direttiva esclude che si possano apportare migliorie alla Direttiva nella fase di recepimento. Tutt’al più l’Italia potrà chiedere di mantenere delle misure più restrittive, se già le possiede. Ma avrà voglia di farlo?”. Il timore è che per competere con gli altri 26 Paesi dell’Unione, il nostro governo non si batta abbastanza e decida di adeguarsi integralmente a questa Direttiva tutta giocata al ribasso.

Bruno Fedi, già docente universitario in medicina a Roma e poi a Terni, è un luminare del cancro dell’urotelio. Fedi è un “pentito” della sperimentazione scientifica sugli animali: “Dopo 15 anni di sperimentazione all’università su cavie, topi, criceti, cani e gatti, un bel giorno mi sono reso conto che i risultati erano o inutili o dannosi e ho deciso così di liberare tutti gli animali del laboratorio. Torturare e uccidere animali, per sperimentare cosmetici, farmaci o altro, è una ingiustificabile crudeltà, a meno che non vi sia una reale utilità per l’uomo. Faccio notare – continua Fedi – che i risultati degli esperimenti su animali, possono essere, sull’uomo, uguali, diversi, o addirittura opposti e per verificarlo bisogna ripetere gli esperimenti sull’uomo. Questo fatto è ormai riconosciuto da prestigiose riviste e organizzazioni di controllo o di ricerca internazionali. Le grandi industrie si ostinano a praticare esperimenti su animali solo perché così facendo “l’iter” di molecole farmacologiche nuove, prima della immissione sul mercato, diventa più complesso e costoso, escludendo le piccole industrie e i paesi poveri dal progresso scientifico. Vogliamo metterci in testa che la struttura genetica di un animale è diversa da quella di un uomo! Non siamo, come ha scritto un mio illustre collega su Nature (si tratta dell’autorevole scienziato Thomas Hartung ndr), topi che pesano 70 kilogrammi. Gli uomini assorbono le sostanze in modo diverso, le metabolizzano in modo diverso. Vi sono metodi alternativi alla sperimentazione sugli animali, come quelli sulle cellule coltivate o quelli sui tessuti umani che si possono prelevare dagli arti amputati, che danno risultati di gran lunga migliori”.

Secondo la Leal, anche in materia di metodi alternativi alla sperimentazione animale il testo che sarà votato a Strasburgo segna un pericoloso passo indietro rispetto a quello di due anni fa: “Infatti vengono resi obbligatori soltanto i metodi alternativi recepiti dalla normativa comunitaria, che al momento sono pochi. Il primo testo proposto della Commissione, invece, era molto più avanzato, includendo tutti i metodi sostitutivi disponibili e scientificamente soddisfacenti”.

Bloccata piattaforma petrolifera nell'Artico

International — Le grandi compagnie petrolifere devono restare fuori dall'Artico. Perciò questa mattina all'alba quattro dei nostri esperti climber sono riusciti a scalare la piattaforma petrolifera Stena Don, situata nelle gelide acque al largo della Groenlandia. Gli attivisti sono ben equipaggiati per rimanere appesi sulla piattaforma diversi giorni.
Piattaforme come questa, impegnate in esplorazioni petrolifere potrebbero far scattare la scintilla della corsa al petrolio nell'Artico, mettendo a rischio questo fragile ecosistema e il clima globale. Il disastro del Golfo del Messico ha chiaramente dimostrato che è tempo di liberarci della schiavitù del petrolio.
Se gli attivisti riusciranno a bloccare tali operazioni anche per pochi giorni sarà difficile per la compagnia britannica Cairn Energy terminare le attività di esplorazione prima dell'arrivo dell'inverno, quando le rigide condizioni ambientali renderanno impossibile ogni attività di ricerca di petrolio.
Fermare questo mostro durante le prossime settimane vorrebbe dire fermare ogni attività petrolifera nell'Artico fino al prossimo anno, un tempo che speriamo sia sufficiente a ottenere una moratoria mondiale per l'estrazione di idrocarburi in alto mare.
I climber sono partiti a bordo di gommoni provenienti dalla nostra nave Esperanza impegnata da qualche settimana in un tour nell'Artico contro le perforazioni petrolifere, mentre un'altra nave, l'Arctic Sunrise, si trova nel Golfo del Messico per svolgere analisi indipendenti sull'impatto della marea nera.