martedì 30 novembre 2010

Monicelli, la Grande guerra è finita




Quella rivolta invocata lo scorso 25 marzo, in un palasport bolognese che lo ascoltava ammirato nella cornice di Rai per una notte: “In questo Paese ci vuole la rivoluzione”, era stata la lezione di Mario, sia che disegnasse coraggio e viltà degli italiani affrontando un tabù fino ad allora inesplorato ne “La grande guerra”: Chi va là? Ma che fai aho, prima spari e poi dici chi va là? È sempre mejo ‘n amico morto che ‘n nemico vivo! Chi siete? Semo l’anima de li mortacci tua!” “E allora passate!” o che rievocasse il socialismo torinese di fine ottocento ne “I compagni”, (conosceva bene generosità e miserie della sinistra). Seppe far ridere come in Amici miei, riflettere sorridendo restituendo i vagheggiamenti golpisti in “Vogliamo i colonnelli” e lasciare senza parole decrivendo la vendetta di un uomo normale, ne “Il borghese piccolo piccolo”. Poi, iniziò a lavorare di meno, con più difficoltà, legando al disgusto per ciò che osservava viaggi e miraggi della senescenza. Così lo potevi trovare in piazza a Genova nei giorni del G8, o ad ammonire sui mali del capitalismo. Sempre freddamente: “Il cuore non è il cervello. Per raccontare il contesto serve obbiettività. L´occhio impassibile sul presente, se si vuole illuminare un angolo buio, è sempre necessario. Le smancerie, nell´ambito di qualsiasi arte vanno bandite come la peste”.

Sugli italiani e sul loro carattere, avrebbe potuto scrivere un’enciclopedia. “Ha un carattere doppio, bifronte, inquinato dagli espedienti e dalle verità nascoste. Quando ha il coltello dalla parte del manico, poi è spietato. Ma mai, neanche se costretto, è generoso. È più forte di lui, non è abituato”. Negli ultimi anni, quest’uomo che sceglieva sempre ogni parola con accuratezza, che si spazientiva durante le interviste: “Non sono un filosofo, quanto dobbiamo parlare ancora?”, era riuscito nell’impresa di mantenersi lucido, girare un film a 90 anni: “Le rose nel deserto” e non trovare, pur cercandoli i fiori necessari a sopravvivere nel suo giardino. Il suo giudizio era secco, sfrontato, indifferente alla valutazione esterna. Parlava Mario e non temeva il contraddittorio: “Ci ha fregato il benessere. La generazione che l’ha toccato per prima si è illusa che fosse eterno, inalienabile. Invece era stato conquistato dai padri con sofferenza e sacrificio. Così l’ha dissipato senza trovare la formula per rinnovare il miracolo e gli eredi di quel gruppo umano, hanno deluso le aspettative ad ogni livello. Gente senza carattere, priva di ambizioni, sommamente pretenziosa e basta”. Un’istantanea contemporanea. Di Monicelli sarà difficile dimenticare, nome, arte, spirito, sogno. Non è mai stato indulgente. Lui giudicava. Cattivo, giusto, unico.

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