martedì 25 gennaio 2011

Il dibattito sul culo

Adriano Sofri risponde a Giuliano Ferrara su Ostellino, le donne e Berlusconi

Qualche giorno fa sul Corriere della Sera Piero Ostellino ha scritto un editoriale molto discusso e contestato nel quale diceva, tra le altre cose, che “una donna che sia consapevole di essere seduta sulla propria fortuna e ne faccia – diciamo così – partecipe chi può concretarla non è automaticamente una prostituta”. A quell’editoriale sono seguiti vari commenti dei lettori del Corriere, molti dei quali critici, e addirittura una lettera di protesta firmata da 52 giornalisti del Corriere della Sera. Se n’è discusso parecchio, in questi giorni, e lo stesso Ostellino ha poi replicato ai suoi critici. Oggi Adriano Sofri su Repubblica scrive di questa storia e del relativo dibattito.
Avverto che nelle righe che seguiranno, dedicate alla gara in corso fra l’evoluzione delle cose e delle parole per dirle, sarà ripetutamente impiegato il nome comune: culo. L’appiglio immediato è un bell’articolo, e discutibilissimo, di Giuliano Ferrara sul Foglio, intitolato senz’altro “La libertà cortigiana, il culo di Montaigne e di Ostellino”. Il cui antefatto immediato è in un articolo di Piero Ostellino sul Corriere che, col più anestetico titolo “L’immagine dell’Italia e la dignità delle istituzioni”, difendeva il diritto di “una donna che sia consapevole di essere seduta sulla propria fortuna” a non essere chiamata prostituta. Ostellino stava citando, con una piccola correzione, perché secondo la sentenza originaria ogni donna sta seduta sulla propria fortuna e non lo sa. Il passo avanti starebbe dunque in questa conquistata consapevolezza, che permette di mettere a frutto il tesoro sul quale si sta sedute.
Ma prima di venire a questi ultimi (per ora) capitoli del dibattito, vorrei richiamare la nuova centralità che il culo si era andato guadagnando. Non che fosse mai stato trascurato, ma si ammetterà che a questo punto chi legga su un giornale la parola “c…”, a parte l’ambivalenza, proverà solo un fastidio nei confronti dell’ipocrisia inutile di quei puntini. La parola, e il suo ininterrotto uso augurale, di andarci a fare, viene pronunciata dal palco dell’Ariston come dalle tribune politiche, e aspira anzi a fare da distintivo della liberata società civile. Non può farci impressione, dunque. Al contrario, almeno in un paio di occasioni topiche l’uso della parola ha preso una imprevedibile genialità. Per esempio, quando un signore, membro e anzi nominatore della categoria dei “furbetti del quartierino”, deplorò un tipico modo di procedere come un “fare il frocio col culo degli altri”. Si trattava a quanto pare di un detto popolare romanesco: non l’avevo mai sentito, pur avendo vissuto a Roma negli anni dell’adolescenza, quando (una volta, poi passava) si prova un gran gusto a dire le parolacce sessualmente spinte, dopo aver passato l’infanzia a dire le parolacce legate alle funzioni escretorie. (Nella transizione dall’una all’altra età la parte del corpo di cui parliamo conserva un posto d’onore). Violando ogni correttezza politica, l’espressione aveva però un’efficacia innegabile: era difficile non interrogarsi su quante persone di propria conoscenza si comportassero esattamente così – e magari su se stessi.

«Mubarak vattene» e «pane e libertà»


«Mubarak vattene» e «pane e libertà». Sono questi gli slogan che gridano i dimostranti che in questo momento hanno il controllo della piazza. La polizia si è ritirata nelle strade laterali.

Al Cairo, nella centrale piazza Taharir, accanto al Museo Egizio, sono scesi in piazza, secondo gli organizzatori, 25mila manifestanti per protestare contro il regime del presidente Mubarak. La polizia ha sparato lacrimogeni e ha usato gli idranti, mentre i dimostranti rispondono lanciando sassi. Ci sono alcuni feriti tra i poliziotti e si parla di una ventina di arresti. Secondo un sito locale, un gruppo di manifestanti sarebbe entrato all'interno del museo egizio.

Sito Web sfida i visitatori a non fare nulla per 2 minuti

Ve lo ricordate il ragazzino che ha convinto milioni di persone a comprare pochi pixel per inserire uno spazio pubblicitario nella pagina The Milion Dollar Home Page ? E’ tornato alla riscossa, ma questa volta senza fini di lucro. Il sito Web rappresenta solamente un piccolo spazio dove rilassarsi guardando il mare ed ascoltando il suono della risacca.
Ogni visitatore dovrà rimanere per 2 minuti senza fare assolutamente nulla ( non muoversi se si ha una webcam, non toccare la tastiera, non toccare il mouse ) . Possiamo prenderla come una specie di sfida…..
Nel mondo frenetico in cui ci ritroviamo oggi, riuscireste a prendere 2 insignificanti minuti per non fare niente?
In caso contrario vi apparirà la scritta “FAIL” e vi inviterà a riprovare da capo.
L’inventore si chiama Alex Tew che, oltre a The Milion Dollar Home Page, ha creato la pagina One Milion People dove i visitatori possono inviare gratuitamente la loro foto. L’obbiettivo è quello di raccogliere un milione di volti che verranno poi stampati e pubblicati su un libro che Alex spera di vendere a 100 $ ( tutto è possibile al giorno d’oggi ) .
Se siete curiosi e volete provare a non fare assolutamente nulla per 2 minuti , accomodatevi : http://www.donothingfor2minutes.com/

il Cav.Cafone colpisce ancora in diretta sulla 7



Insulta ,non accetta contraddittori il Cav.Cafone colpisce ancora in diretta sulla 7 durante la trasmissione l'Infedele.Quanta pazienza posside ancora il popolo italiano?quanto ancora dobbiamo ascoltare il Sultano che oramai ha ridotto l'Italia in una vera e propria Orgettina?

ITALIANIIIII

venerdì 21 gennaio 2011

Bunga-bunga, rivolta nel Pdl


“Mandateci Nicole Minetti, a fare i banchetti!”. “Raccogliere firme per Silvio? Chiedetelo a Lele Mora!”. Rivolta in casa Pdl, dopo la bufera del Bunga-bunga. Lunedì sera c’è stata una riunione nella sede del partito in viale Monza. Presenti due ministri, Ignazio La Russa e Mariastella Gelmini che, davanti a una platea composta dai dirigenti cittadini, hanno chiamato alla mobilitazione e chiesto di organizzare una giornata in sostegno di B. Inaspettate le reazioni: il malumore che da qualche giorno circola nelle file del centrodestra, secondo quanto racconta chi c’era a quella riunione, è esploso. Prima erano solo battute al veleno. Del tipo: visti i soldi che girano per le ragazze, i banchetti pagateceli. Oppure fateli fare alle ragazze di Lele Mora. A raccogliere le firme mandateci la Minetti. E smettetela di usare noi militanti per coprire i vostri casini… Poi sono arrivati anche gli interventi apertamente critici.

Incredibile, nel partito a Milano, cuore del berlusconismo. Per la prima volta, si sono sentite voci dissonanti dalla linea della difesa a oltranza del Capo. La Russa e Gelmini allibiti. I dirigenti cittadini stanchi, frastornati, arrabbiati. “Ora per la mobilitazione”, spiega un dirigente Pdl, “dovranno contare soprattutto sui consiglieri comunali uscenti, ricattati dalla eventualità di non essere più ricandidati la primavera prossima”. La pietra dello scandalo è lei, Nicole Minetti, soubrette di “Colorado cafè” diventata consigliera regionale Pdl, che dalle intercettazioni del caso Ruby esce come “l’istruttrice”, colei che “briffava”, preparava e smistava le ragazze prima delle feste a luci rosse di Arcore. Ora è tutto più chiaro. Anche il pasticcio dell’esclusione del listino di Roberto Formigoni alle ultime elezioni regionali e le polemiche sulle firme, che secondo i Radicali di Marco Cappato (e non solo loro) erano false.

È la notte del 27 febbraio 2010 quando, dopo trattative defatiganti, viene finalmente compilata la lista definitiva dei candidati nel listino “Per la Lombardia” di Formigoni. Sedici persone, i primi otto sicuri di essere eletti. La Lega voleva sei posti sicuri, ma gli uomini del Carroccio sono quasi tutti inseriti nella seconda parte (e infatti non saranno eletti). In compenso, nella parte sicura, spuntano candidati inaspettati: Minetti appunto, e Giorgio Puricelli, ex fisioterapista del Milan. Entrambi, scopriamo ora, avevano un ruolo nel Bunga-bunga. Reclutatori, organizzatori, istruttori. Imporli all’ultimo momento vuol dire dover rifare la raccolta delle firme necessarie per la presentazione delle liste: tutto in una notte? Impossibile, sostiene Cappato. Per questo molte firme sarebbero state falsificate. Per questo i giudici escludono subito il listino Formigoni dalla competizione elettorale, recuperandolo e riammettendolo solo in un secondo tempo. “Il listino si è trasformato in un casino”. Così si ripeteva in Consiglio regionale. Ma il ciellino Formigoni non ha niente da dire. La morale e lo stile di vita corretto li si pretende dai semplici cristiani, non da Berlusconi e dalle sue amiche. Le competenze e capacità politiche dei candidati, poi, sono optional. Così il Bunga-bunga è entrato al Pirellone.

Il Fatto Quotidiano

Le altre donne di Concita De Gregorio


Esistono anche altre donne. Esiste San Suu Kyi, che dice: «Un’esistenza significativa va al di là della mera gratificazione di necessità materiali. Non tutto si può comprare col denaro, non tutti sono disposti ad essere comprati. Quando penso a un paese più ricco non penso alla ricchezza in denaro, penso alle minori sofferenze per le persone, al rispetto delle leggi, alla sicurezza di ciascuno, all’istruzione incoraggiata e capace di ampliare gli orizzonti. Questo è il sollievo di un popolo».

Osservo le ragazze che entrano ed escono dalla Questura, in questi giorni: portano borse firmate grandi come valige, scarpe di Manolo Blanick, occhiali giganti che costano quanto un appartamento in affitto. È per avere questo che passano le notti travestite da infermiere a fingere di fare iniezioni e farsele fare da un vecchio miliardario ossessionato dalla sua virilità. E’ perché pensano che avere fortuna sia questo: una valigia di Luis Vuitton al braccio e un autista come Lele Mora. Lo pensano perché questo hanno visto e sentito, questo propone l’esempio al potere, la sua tv e le sue leader, le politiche fatte eleggere per le loro doti di maitresse, le starlette televisive che diventano titolari di ministeri.
Ancora una volta, il baratro non è politico: è culturale. E’ l’assenza di istruzione, di cultura, di consapevolezza, di dignità. L’assenza di un’alternativa altrettanto convincente. E’ questo il danno prodotto dal quindicennio che abbiamo attraversato, è questo il delitto politico compiuto: il vuoto, il volo in caduta libera verso il medioevo catodico, infine l’Italia ridotta a un bordello.

Sono sicura, so con certezza che la maggior parte delle donne italiane non è in fila per il bunga bunga. Sono certa che la prostituzione consapevole come forma di emancipazione dal bisogno e persino come strumento di accesso ai desideri effimeri sia la scelta, se scelta a queste condizioni si può chiamare, di una minima minoranza. È dunque alle altre, a tutte le altre donne che mi rivolgo. Sono due anni che lo faccio, ma oggi è il momento di rispondere forte: dove siete, ragazze? Madri, nonne, figlie, nipoti, dove siete. Di destra o di sinistra che siate, povere o ricche, del Nord o del Sud, donne figlie di un tempo che altre donne prima di voi hanno reso ricco di possibilità uguale e libero, dove siete? Davvero pensate di poter alzare le spalle, di poter dire non mi riguarda? Il grande interrogativo che grava sull’Italia, oggi, non è cosa faccia Silvio B. e perché.

La vera domanda è perché gli italiani e le italiane gli consentano di rappresentarli. Il problema non è lui, siete voi. Quel che il mondo ci domanda è: perché lo votate? Non può essere un’inchiesta della magistratura a decretare la fine del berlusconismo, dobbiamo essere noi. E non può essere la censura dei suoi vizi senili a condannarlo, né l’accertamento dei reati che ha commesso: dei reati lasciate che si occupi la magistratura, i vizi lasciate che restino miserie private.

Quel che non possiamo, che non potete consentire è che questo delirio senile di impotenza declinato da un uomo che ha i soldi – e come li ha fatti, a danno di chi, non ve lo domandate mai? - per pagare e per comprare cose e persone, prestazioni e silenzi, isole e leggi, deputati e puttane portate a domicilio come pizze continui ad essere il primo fra gli italiani, il modello, l’esempio, la guida, il padrone.

Lo sconcerto, lo sgomento non sono le carte che mostrano – al di là dei reati, oltre i vizi – un potere decadente fatto di una corte bolsa e ottuagenaria di lacchè che lucrano alle spalle del despota malato. Lo sgomento sono i padri, i fratelli che rispondono, alla domanda è sua figlia, sua sorella la fidanzata del presidente: «Magari». Un popolo di mantenuti, che manda le sue donne a fare sesso con un vecchio perché portino i soldi a casa, magari li portassero. Siete questo, tutti? Non penso, non credo che la maggioranza lo sia. Allora, però, è il momento di dirlo.

giovedì 20 gennaio 2011

Osama Bin Silvio chiuso nel suo bunker, dichiara guerra


di Federico Brusadelli
Dunque il presidente del Consiglio ha deciso. Ha scelto, rinserrato nel suo bunker di Arcore, la via dello scontro fra poteri, del «contropiede micidiale”, della deflagrazione totale. Ha scelto, con il videomessaggio di ieri in cui ha chiesto che «quei pm» che «vogliono sovvertire il voto popolare” vengano «puniti”, di abbandonare ogni residuo brandello di responsabilità istituzionale, in nome di una massima mai così valida come adesso, in quest’ultima cupa fase del berlusconismo: “Dopo di me, il diluvio”.E le reazioni non si sono fatte attendere. Se nel Pdl – che, come sottolinea Luigi La Spina sulla Stampa, è ormai convinto di «dover unire il destino del premier a quello della nazione» – ci si stringe compatti attorno al leader, spargendo propaganda e complottismi (talvolta con argomentazioni traballanti e umanamente malinconiche, come nel caso del cattolico Maurizio Lupi, costretto a difendere il bunga-bunga tra un family day e l’altro), le opposizioni non hanno dubbi: Silvio Berlusconi non può più fare il capo del governo. «È un eversivo», dicono dal Pd. Secondo Rosi Bini «sta stracciando la Costituzione». E quel videomessaggio «è una dichiarazione di guerra, scandisce Pierferdinando Casini; intanto Gianfranco Fini sottolinea che «l’unico a divertirsi è il premier, perché «ne va di mezzo il buon nome dell’Italia nel mondo». E il New York Times, non a caso, ha parlato di «sordido mondo di ricatti», mentre la notizia di un premier indagato per prostituzione minorile e concussione e ancora al suo posto, deciso a non rispondere ai giudici, fa il giro del mondo inquinando inevitabilmente l’immagine del nostro paese. Ma il Cavaliere non demorde. «Si sistemerà tutto anche con il Vaticano», pare abbia detto ai suoi. Intanto, però, Famiglia Cristiana e Avvenire hanno rotto il silenzio, criticando una vicenda imbarazzante. E mentre dall’inchiesta sul “Rubygate” emerge – al di là degli aspetti penali – il volto dell’Italia peggiore, coagulata tra ricatti e miserie umane attorno a quei festini, il paese, forse, inizia a preoccuparsi. E si prepara, stavolta suo malgrado, a una nuova, brutta stagione. A una nuova “scelta di campo”. È la partita della vita, per Berlusconi. E ha scelto di giocarla, da quel bunker solitario, nel nome dell’irresponsabilità totale. Con la voglia – ormai è chiaro – di trascinare tutto e tutti con sé. Costi quel che costi.

20 gennaio 2011 

La Réclame, l’uso distorto del corpo delle donne negli spot. A partire da Toscani

di Elena Rosselli
Obbiettivo, illustrare in modo ironico e disincantato, con un commento di voce fuori campo, i meccanismi che stanno sotto l’utilizzo inadatto, fuori luogo, a volte grottesco della figura della donna. Questa la mission di La Réclame, progetto video in formato web series che parte dalle pubblicità – manifesti o spot – che colpiscono l’immaginario collettivo attraverso l’uso inappropriato del corpo femminile. Ideato da  Non Chiederci La Parola, casa di produzione video nata nel 2008 e specializzata in documentari, docu-reality e format artistici crossmediali per tv e newmedia, il format è stato presentato oggi al Senato nell’ambito dell’evento “Questione femminile, Questione Italia”. Ogni settimana sul sito della casa di produzione ci sarà l’analisi di una nuova “réclame”: “Fare pubblicità è un’arte. Ormai, quasi, cultura - spiega Cristina Tagliabue, presidente di Non Chiederci La Parola -. Perché art director e agenzie creative sono gli ideatori di immaginari che si riflettono in tutto il nostro quotidiano. E quando oggetto delle pubblicità sono le donne, diventa particolarmente importante sapere chi ha originato un manifesto, uno spot, un claim. Generare immagini che permeano il nostro quotidiano è una professione, ma anche una responsabilità”.

L’ultimo lavoro di Cristina e delle sue collaboratrici ha preso di mira (definendolo “una caduta di stile”) il calendario che Oliviero Toscani ha realizzato per ”Vera pelle italiana conciata al vegetale”, un Consorzio che “raggruppa concerie pisane che producono pellami conciati con sostanze derivate da piante e cortecce”. Questa volta la “pelle” è il pube femminile: “Qui si mostra l’essenziale e non quello che si vede nei soliti volgari calendari delle pin up – ha commentato il fotografo – mostrano tutto, meno che quello. Un disvelamento al contrario. Queste dodici, magnifiche “tarte au poil” senza età, sono autentiche”. Oliviero Toscani ha rivendicato il suo lavoro come “strumento di denuncia”, ma il collettivo artistico per la creazione di video al femminile guidato da Cristina Tagliabue – giornalista e scrittrice – e Anna Maria Aloe – manager e ingegnere atipico – ritiene che questo ultimo lavoro del fotografo rappresenti appunto “una caduta di stile”.




L’analisi de “La Réclame” è molto didascalica e rifugge da ogni giudizio morale. “Non ci interessa dare un’opinione – spiega Tagliabue -. Vogliamo dare una chiave di lettura a chiunque si trovi a guardare per strada un cartellone pubblicitario contenente un’immagine femminile distorta. L’assurdità del messaggio viene fuori da sola, semplicemente scomponendo gli elementi del messaggio pubblicitario”. “Insistiamo anche sulla responsabilità di chi realizza questi lavori – prosegue la scrittrice e autrice video -. Un giornalista deve firmare quello che scrive. Stessa cosa devono fare i “creativi” che realizzano – con lauti guadagni – le pubblicità che vediamo ogni giorno”.

La Rèclame, che nella sua edizione settimanale sarà presto disponibile anche su YouTube, è un progetto partecipato di arte pubblica e creative commons: molte delle pubblicità recensite dal collettivo vengono, infatti, segnalate da utenti internet, da associazioni e dal passaparola attraverso la mail info@nonchiedercilaparola.com.

venerdì 14 gennaio 2011

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martedì 11 gennaio 2011

Lo spot lanciato dal Forum Nucleare,esempio di raffinata manipolazione dell’informazione


Lo spot lanciato dal Forum Nucleare, con una spesa annunciata di tre milioni di euro, è un esempio di raffinata manipolazione dell’informazione: propina falsità sotto un apparente tono “equidistante” con le posizioni pro e contro rappresentate su una scacchiera.
Ci troviamo di fronte a una comunicazione assai più “ricercata” delle trasmissioni Rai con interventi tutti a favore tranne uno. Ma vediamo come lo spot traveste da “argomento razionale” due evidenti bufale.
Prima bufala: la gestione delle scorie. Nello scambio dei pro e contro, una voce si dice preoccupata del futuro, l’altra ribatte che le scorie prodotte sono quanto «una pedina a testa». La replica è che se si sommano le teste non è poi così poco. La voce pro conclude il batti e ribatti affermando che però «si possono gestire in sicurezza». Peccato che in nessuna parte del mondo, dopo 60 anni di sviluppo tecnologico – e dopo aver ricevuto la quota maggiore degli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo energetico dei Paesi Ocse – questo miracolo sia ancora mai stato dimostrato.
Seconda bufala: la voce contro ricorda che, per fare a meno delle fonti fossili, ci sono le energie rinnovabili. La voce a favore del nucleare ribatte che tra cinquant’anni potrebbero non bastare. Qui la menzogna è duplice. In primo luogo tra cinquant’anni anche l’uranio estraibile a costi calcolabili sarà agli sgoccioli. In secondo luogo, la possibilità tecnica ed economica di uno scenario energetico totalmente basato sulle rinnovabili non è solo una fantasticheria degli ambientalisti: ci sono analisi di fonte industriale e istituzionale che lo dimostrano possibile almeno su scala europea.
A parte il dubbio su chi pagherà alla fine i costi di questa propaganda, dato che le norme in vigore per il nucleare prevedono fondi pubblici per «campagne informative» – tema sollevato da una interrogazione al Senato di Ferrante e Della Seta (Pd) – non sappiamo come si svilupperà questa ricca campagna di disinformazione pubblica.
Secondo l’ultimo sondaggio europeo sul tema nucleare dello scorso marzo (Eurobarometro) 55 su 100 italiani pensano che i rischi del nucleare siano superiori ai benefici, contro 27 che ritengono il contrario (un rapporto 2 a 1).
Semmai questa campagna venisse rimborsata da fondi pubblici saremmo di fronte a un paradosso: si useranno le risorse di tutti per cercare di convincere la maggioranza dei cittadini che ha torto.
Come reagiranno gli italiani? Certo che da quando il governo ha cominciato a parlare di nucleare, stando alle rilevazioni dell’Ipsos, l’opposizione è cresciuta.
Fonte: Greenpeace Italia
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martedì 4 gennaio 2011

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