martedì 26 luglio 2011

Meno manifestazioni piu azioni individuali

Una seria critica al consumismo, a questo sistema economico, e l’esigenza di una pesante, decisa responsabilizzazione dell’individuo. Nulla cambia senza che il singolo uomo, la singola donna, si muovano:

1. la cultura marxista e cattolica ci hanno sempre portato a “partecipare”. Che fosse alla messa o alle manifestazioni di piazza, siamo sempre stati invitati, incalzati, a far parte del gregge, che fosse di fedeli o di lavoratori poco importa. La conseguenza di questo è che disprezziamo, generalmente, l’azione individuale. La consideriamo ovvia, utile solo quando fa parte di un disegno collettivo, quando assume le forme classiche del consenso. Nessuno o quasi, da noi, pensa che la società è un insieme di individui. Nessuno sente di dover fare lui per primo quel che è opportuno per cambiare. Con la conseguenza che, infatti, nulla cambia da troppo tempo;
2. occorre recuperare il concetto di responsabilità individuale. Ogni individuo è l’elemento eversivo su cui può poggiare ogni rivolta, ogni processo di cambiamento. Il cambiamento di un individuo che sia poi in grado di testimoniare la sua differenza, è quel che il sistema del potere teme maggiormente. è questo il primo passo, il tassello fondamentale e decisivo del processo di modifica dello stato attuale delle cose. La realtà appare immutabile proprio perché chi la dovrebbe cambiare resta eternamente in attesa di qualcosa che venga dall’alto (che sia la Provvidenza o la rivoluzione), che mai si verificherà;
3. il primo cambiamento è dunque quello dell’individuo. Nessuno di noi oggi, da troppo tempo, dedica una parte sufficiente della sua giornata all’auto-analisi, alla comprensione di quanta distanza ci sia tra le sue parole e i suoi fatti, di quanto margine di lavoro ci sia per tentare, quotidianamente, di avvicinarsi all’idea che ha di se stesso, cioè alla propria autenticità. Nessuno si sente malato se non ha una passione, se non ha un sogno a cui lavorare. Tutti si lamentano, sono pronti a sputare su quel che vedono, sulla società, senza accorgersi che, spesso, loro sono peggio della società; o ne hanno almeno fattezze, sembianze, comportamenti. Perfino la nostra pessima politica, in questi decenni, non è stata peggiore del Paese; anzi, lo ha egregiamente rappresentato;
4. qualunque individuo che voglia partecipare al processo collettivo del cambiamento deve prima cambiare lui, agendo su di sé, comportandosi secondo le regole del mondo che vorrebbe e mettendole in pratica, pagando il prezzo della propria differenza, essendo pronto a dire dei no, uscendo dalle logiche più perverse di questo sistema fondato sul consumo, sullo spreco, sulla distruzione dell’ambiente, sull’abbattimento delle relazioni, del tempo della vita. Un individuo che non intraprenda questo lungo percorso perde perfino la prerogativa e il diritto alla lamentela;
5. abbiamo tutti bisogno di occuparci della nostra vita per diventare più saldi psicologicamente, meno coercibili dalla pubblicità e dai sistemi occulti di persuasione commerciale, più capaci di senso critico originale, individuale, avendo dunque diritto a un’opinione ed essendo finalmente in grado di elaborare un nostro personale progetto di emancipazione dalla schiavitù dei simboli economici e dal lavoro come fine. Abbiamo tutti il dovere di perseguire una nostra, propria direzione “ostinata e contraria” per disarmare strumenti e uomini dediti alla nostra omologazione, al nostro controllo. Per farlo dobbiamo essere capaci di abbassare la soglia dei bisogni, innalzando semmai quella dei desideri. Uomini con pochi bisogni tendono a una maggiore libertà, e sono capaci di dire no con maggior coraggio. Non sono ricattabili dal sistema economico e finanziario, dunque da quello politico e del consenso;
6. in questo modo sarà possibile rifiutare il consumismo, la vera piaga del sistema capitalista, dedicarci a quel che è meglio per noi, vivere in altri luoghi da quelli imposti, frequentando le persone che desideriamo incontrare, ripopolando campagne e borghi dove le case costano 350 euro a metro quadro, lavorando quanto serve per i denari di cui abbiamo realmente bisogno, dicendo alla nostra vita in modo originale e autentico. Con questa nuova solidità e la libertà che consegue alle nostre scelte, vivendo già oggi in modo diverso, più simile a come vorremmo il mondo, possiamo partecipare testimoniando, cioè dimostrando che esistono altre vite, altre scale di valori, la cui applicazione non è né utopistica né folle, solo difficile e lunga. Un buon motivo per iniziare il prima possibile.
Quel che ho molte volte affermato sui media, nei miei libri e sulla barca, non ha dunque nulla a che vedere con l’individualismo o il rifiuto di una prospettiva politico-filosofica sociale. Al contrario. Tuttavia, non può esistere prospettiva politica senza individui che la pensino, la sentano, la vivano, la incarnino, la testimonino, la rappresentino, se ne facciano emblemi. è avvenuto per oltre sessant’anni, e il risultato è sotto i nostri occhi.
Il vero individualismo da cui dobbiamo fuggire come la peste nera è l’ipocrisia di andare alle manifestazioni a urlare il nostro dissenso e poi tornare a casa e vivere come prima, facendo da spalla al sistema, sostenendolo con il nostro consumismo, il nostro spreco, la nostra superficialità, il nostro asservimento alle logiche del profitto smodato. Il vero individualismo è quello di pensare a un mondo migliore e, al tempo stesso, metterne in pratica uno peggiore. Le persone non devono essere solo una massa orientabile. Se si vuole fare qualcosa di concreto per il cambiamento occorre sollecitarle individualmente, chiamarle alla loro responsabilità.
Il nostro Paese è povero, e si è illuso di essere ricco. Noi italiani siamo deboli, e ci immaginiamo forti. Siamo schiavi che ripetono uno schema prefissato assai più di quanto non siamo innovatori che cerchino una soluzione originale. è urgente, se non smettere di manifestare, urlare, lamentarsi, almeno associare a questi strumenti il lavoro, l’azione, individuale e concreta, che cambi la nostra vita da subito. Ognuno dentro di sé, poi sulla propria pelle, dunque nel suo perimetro. Per ogni perimetro che cambia, la geografia del Paese cambia. Per ogni uomo che cambia il mondo cambia.
Occorre lavorare nelle famiglie, nella scuola, nel mondo delle associazioni, sui luoghi di lavoro, nella politica, e parlare di responsabilità individuale. Occorre proseguire la rivolta già iniziata, quella delle migliaia di persone che si sono tirate fuori, che hanno detto no, che già oggi vivono in modo diverso, senza paura dei rischi della disomologazione, col coraggio della creatività. Vite diverse, ognuno la sua, ma tutte non più a sostegno di questo sistema. Si può e si deve decrescere, consumare meno, sprecare meno, essere più liberi. E’ possibile.
Simone Perotti

Nessun commento:

Posta un commento